Calomito Inaudito
* Sold out
Info
Band: Calomito
Title: Inaudito
Catalog: MPL002
Released: aprile 2005
Format: CD
Packaging: jewel box
Tracks: 8
Running time: 46'08"
Distributed: Wide Records
Distributed USA: Cuneiform Records

Tracklist
1: Collante
2: Nautilus
3: Am Ha'Aretz
4: Ebetus
5: Dal Buffo Buio
7: Nascosto

Press
Cover (300dpi)
Press sheet

Calomito

Inaudito

Reviews

ALIAS/IL MANIFESTO
Guido Festinese
IMMENSO! Tra le migliori sorprese italiane del «nuovo rock» che non cerca la via dei chitarroni ronzanti o sfiatate pretese poetiche per ugole annaspanti, inseriamo con gioia i Calomito. E li inseriamo nello stesso piccolo, ancora trascurato empireo di Anatrofobia, Gatto Ciliegia, Giardini di Mirò. Tutta gente che fugge la banalità in quattro quarti come la peste. Loro sono un sestetto con ritmica assortita, Rhodes, viola e violino, sassofoni. Suonano un art rock che è al contempo visionario e ben radicato: con tracce di Zappa, di Henry Cow, dei canterburyani più avventurosi, dei Soft Machine ancora in cerca di libertà, degli ultimi Stormy Six. Inaudito, come dice il titolo: ma solo per questi tempi con la memoria corta. Tempi spezzati, contorsioni, carezze e frustate e silenzi per far respirare la musica si alternano con spirito ludico: perché il gioco è serio, ma non serioso. Dal vivo il tutto è anche meglio.

ROCKERILLA
Enrico Ramunni
Ci ha spiazzato dale prime note del brano di apertura "Collante", con la strana allegria del suo tema balcanico in modo minore esposto a strappi da un violino spiritato, l'esordio del sestetto genovese Calomito, ensemble di ottimi talenti che agiscono in ambito di avanguardia godibile e surreale, tra musica araba e danze mediterranee, jazz rock e vibranti ritmi in opposition à la Doctor Nerve. Un cross-over grondante di rimandi e citazioni, con il sapido folk-jazz di "Dal Buffo Buio", le tarantelle che sbucano imrovvise sotto la luna di Bisanzio, l'ammiccare di melodie eleganti come nella lenta "Nascosto", l'esotismo virtuoso di "Am Ha Aretz", che inanella una fantasia di motivi mediorientali ora nervosi ora assorti saltando di palo in frasca con invidiabile freschezza.
La più bella scoperta nazionale in quest'ambito dall'esordio dei Dissòi Logòi, da tenere d'occhio con attenzione.

IL MUCCHIO SELVAGGIO
Loris Furlan
È rigoglioso, trasversale e tentacolare il suono dei Calomito, non proprio “inaudito” come da titolo ma ragguardevole sorpresa di questo scorcio di 2005, perlomeno negli scenari musicali avant-etno-jazz che prediligono esprimersi esclusivamente in via strumentale. E qui il sestetto genovese la sa piuttosto lunga, attrezzato di una sapiente tecnica individuale e d’assieme, abile nel convogliare linguaggi diversi sul proprio binario espressivo. Ricco timbricamente, con violino, viola, sax, synth, organo e il gocciolio del Fender Rhodes a colorare trame dinamiche e agilissime, il mondo del gruppo assomma con smagliante freschezza assonanze balcaniche, danze gitane (“Collante”) ed effusioni arabe e klezmer (“Am Ha’Aretz”) a torride e funamboliche disgressioni jazz-rock accostabili all’urgenza deviante dei Doctor Nerve e affini, ma con un sano tasso ludico e folclorico che, sempre in zona“in opposition”, può rammentare, parole escluse, la verve degli Stormy Six. Nel caso dei nostri sono però i ritmi, le percussioni, il contrabbasso di Tommaso Rolando, le scorribande del sax di Federico Barrai, il violino sinuoso e scoppiettante di Filippo Cantarella a sciorinare immagini e sequenze con un’esuberanza e una versatilità raramente riscontabili nel rock e nel jazz di casa nostra. Annotiamo pure che questo esordio, che peraltro corona un percorso quasi decennale, viene pubblicato dalla Megaplomb, label vicina a sonorità più avant-indie-noise (chi ricorda i Pin Pin Sugar?), come a rimarcare che gli steccati di genere e affiliazione estetica sono da abbattere e che tanta buona tecnica strumentale non è orpello inutile e ridondante se accompagnato da pregevoli sensibilità e personalità.

MUSICA JAZZ
Alessandro Achilli
Al loro esordio "ufficiale" (pubblicato in aprile, con notevole ritardo rispetto alle registrazioni), i genovesi Calomito danno l'impressione di aver tenuto ben presente quell'area musicale che, tra anni Settanta e Ottanta, amava mescolare jazz, rock, improvvisazione, ispirazioni folk e accademiche. Per esempio: Nautilus ha vari punti di contatto con i canterburysmi dei primi Muffins (il piano elettrico, il basso melodico, il tema di chitarra e contralto, l'assolo di soprano); ancora più metacanterburyana è l'intimità "in avvicinamento" di Nascosto, con un delicato assolo di Rivera (la cui chitarra, più jazzata, parrebbe aver poi sostituito in formazione quella "spaziale" di Ammirati); il rockjazz dispari di Am ha' Aretz profuma di Univers Zero toujours plus a l'est; il violino di Collante (e in parte quello che precede il finale di Kaizer, dopo un trio sax-basso-batteria à la Etron Fou) richiama gli Stormy Six del periodo "sperimentale"; e il giro di basso di Ebetus avrebbe potuto sostenere una cavalcata ipnotica dei Gong (il suo pvc "solista" è invece più materia da odierni Spring Heel Jack, così come all'oggi non possono che appartenere la logica interna dei brani e il loro modo di usare loop, elettronica, registrazione ed equalizzazione).
Chissà magari sono tutte coincidenze e i Calomito non hanno mai sentito neppure nominare nessuno di questi signori. Ma la loro musica lascia invece sperare che qui da noi ci sia ancora qualche gruppo giovane che sa mettere a frutto con originalità ascolti intelligenti, anzichè appiattirsi su quei due o tre modelli riproposti burocraticamente (ma con adeguate strizzate d'occhio e gigionismi, ruffianerie, provincialismi, compiacimento, sciovinismo...) dalla grande maggioranza del jazz italiano.

MOVIMENTI PROG
Donato Zoppo
L'inaudito sound dei Calomito! Ma è davvero inaudito ciò che propongono i Calomito? Certo che la loro miscela sonora è talmente varia e ampia da compromettere la ricerca di una personale cifra stilistica eppure, tra le righe, le luci e le ombre, "Inaudito" si candida come uno dei dischi di punta di questo 2005 italiano.
Soft Machine e Gong (quelli di Moerlen) a spasso nel deserto, sprazzi kraut rock (Embryo su tutti) e felicità zappiana, folk e world music, Nino Rota e qualche spolverata psichedelica: una festosa contaminazione jazz-fusion che spazia a 360 gradi, un sound accattivante che mescola e attinge con grande disinvoltura.
Calomito è una formazione genovese, attiva dal 1998 e arrivata finalmente all'esordio con i tipi di Megaplomb. Credevate che a Genova ci fossero solo Zuffanti e la Black Widow? Alle spalle delle grandi produzioni prog il sestetto dei Calomito tira fuori dal cilindro gioia e rivoluzione, vibes e fiati che si intrecciano
tra Arabia e musica klezmer (vedi le ottime "Collante" e "Am ha 'aretz"), ironia e leggerezza, ricerca timbrica e improvvisazione, come nell'incalzante "Ebetus", jazz rock lunatico e imprevedibile.
"Nautilus" è un ottimo esempio di jazz rock moderno e ispirato: le influenze del Canterbury sound (ma anche di Perigeo e Napoli Centrale) si sentono, eppure il palleggio del Fender Rhodes, i tempi claudicanti, il sax spericolato di Federico Barrai e le finezze del violino rendono il brano uno dei più riusciti.
"Dal buffo buio" mette in scena un testo visionario creando un afterhours nel deserto, "Nascosto" è una dolce carezza sul cuore.
"Am ha 'aretz" cambia le carte in tavola, tra atmosfere yiddish, mediorientali, danze del deserto e reminiscenze di Charlie Mingus. Non mancano gli spunti world music: nelle frequenti e indiavolate danze di percussioni, nelle sonorità balcanico-partenopee di "Rutz", che elabora una certa logica del frammento cara a Mike Patton, sia in sede Mr. Bungle che Fantomas.
Gode di ottima salute l'underground italiano: band come Calomito, Fonderia, Mandara e Ochtopus ne sono - tra i tanti, vivaddio! - esponenti di spicco. Buona musica e tante idee: cosa chiedere di più? Uno sforzo verso la personalizzazione.
Bravi Calomito.

LOSING TODAY
Marcello Berlich
In calce al comunicato stampa che accompagna il lavoro del sestetto genovese dei Calomito, c'è una osservazione fin troppo spesso ignorata:
in inglese e francese i verbi 'suonare' e ' giocare' utilizzano lo stesso termine (rispettivamente to play e jouer).
La stessa cosa non avviene qui da noi, e forse è per questo che ci ritroviamo con due parrocchie musicali ben distinte, quella della musica 'seria' e quella della leggera'.
Altrove non è così, e i risultati si vedono (basta limitarsi a citare Zappa e Zorn).
Per fortuna, c'è chi se ne frega ampiamente: della categoria fanno per l'appunto parte i Calomito, che si presentano con una bella formazione ibrida: chitarra e batteria e sintetizzatori da un lato, contrabbasso sax e archi dall'altro. Il tutto a costruire otto composizioni trai 4.30 e gli oltre otto minuti di durata: il simpatico bruco in copertina si prende tutto il tempo neseccario.
Il risultato, prima di tutto, affascina: si procede nell'ascolto con la curiosità di ascoltare 'cosa viene dopo', quali strade percorreranno sia i singoli brani, che il disco nel suo insieme. Alla fine, è un bel viaggiare: radici 'occidentali' (jazz acustico ed elettrico, progressive, fusion) e sguardi a oriente (klezmer, musica tzigana accenti arabi), come si conviene per una città di mare quale è Genova. Tra fasi 'formali' derive impazzite, nel segno di una mistura che fonde e alterna in continuazione i singoli ingredienti. La trasversalità dei Calamito non è però fine a sé stessa, né cade nel tranello di diventare un semplice divertissement, mantenendo sempre elevato il livello tecnico.
Alla fine insomma, si è ascoltato un disco di indubbio spessore, oltretutto divertendosi. Si può volere di più?

WORLD MUSIC
Guido Festinese
Quando tutti i fili rossi sembrano spezzati, quando sembra che davvero nessuno oggi sia in grado (almeno dalle nostre parti) di raccogliere l'eredità complessa e stimolante dell'art rock continentale, un modo cioè per tornare a far sì che la popular music sia anche ricerca tosta, arrivano le sorprese. I Calomito sono molto giovani, ma si sono conquistati l'affetto (e la riconoscenza) di almeno un paio di generazioni. Sono in sei, nello strumentario mettono assieme piano Rhodes e violino, viola e sassofoni, oltre a una ritmica mercuriale; il rovescio secco della banalità in quattro quarti che si sente esaltare sulle riviste "di settore". Suonano una musica che ha fatto tesoro della lezione zappiana, ma anche della terra di nessuno di Univers Zero , del torrido gelo degli Henry Cow. E inevitabilmente, trattandosi di italiani, la memoria corre anche all'ultima stagione degli Stormy Six. Non è però nè citazione, nè esercizio di calligrafia: qui ci sono idee all'opera, ironia, e gran perizia strumentale.

AGARTHA
Ruggero Formenti
Gran bel disco questo “Inaudito” dei Calamito, sestetto genovese di chiarissima provenienza jazz, ove i funambolici musicisti perseguono ed ottengono dei riuscitissimi equilibri strumentali tramite il dialogo fra i differenti soggetti (ottima intesa) sviluppando dei registri espressivi disinvoltamente e volutamente eterogenei: si va dal RIO al Jazz non canonico, dal Canterbury alla cameristica, il tutto impreziosito da influenze etniche, divagazioni di matrice balcanica e colti riferimenti alla classica contemporanea costituenti un mosaico le cui variegate tessere creano un’immagine sonora equilibrata ed assolutamente coerente. Composizione puntuale e spazi improvvisativi si alternato sapientemente lungo l’intero arco del disco, che risulta quindi intelligentemente fruibile.
Ad oggi i Calomito vantano un mini autoprodotto nel lontano 1998, parecchie partecipazioni a compilations ed un curriculum live degno di nota.
E’ veramente una fortuna che esistano espressioni artistiche come questa in un panorama italico a mio parere depresso in ambito progressivo; tutti noi dovremmo prendere coscienza della necessità di svegliarci e smettere di alimentare per inerzia il monopolio di alcune etichette indigene (per fortuna non tutte) dietro le quali si celano nomi stranoti che troppo frequentemente si rivelano abili prestigiatori in grado di far sparire i nostri euro in cambio di produzioni discutibili, spesso decantate dalla stampa di settore. Dobbiamo imparare a guardare anche nella terra di nessuno che attornia il piccolo mondo progressivo: esistono sorprese nascoste in attesa solamente di essere scoperte ed utilizzate per una ridefinizione meno restrittiva dei nostri parametri.
Consigliatissimo.

SANDS ZINE
Sergio Eletto
Sono venuto a conoscenza dei Liguri Calomito in modo piuttosto accidentale. Immediatamente dopo non è stato difficile provare una sensazione prossima al titolo, scelto per il primo cd ‘ufficiale, preceduto solo da qualche cdr e da alcune compilations. Il sestetto genovese con “Inaudito” soffia un vento di aria fresca e vitale sul panorama (new) jazz italiano e lo fa predisponendo un concentrato di sostanze variopinte.
La musica scorre come scritta per un romanzo dalla narrazione sfolgorante, carico di vitalità e steso a colpi di chitarra, contrabbasso, batteria, sax soprano, viola, violino, ed un caldo Fender Rodhes.
Il modus operandi rivela un prospetto ‘globale’, musiche che vedono volteggiare insieme tradizioni (geografiche) vicine e lontane. Una navigazione in cui la bussola non insegue un’unica meta, ma intende mirare e scoprire più continenti: solca con euforia i balcani, cinge a sé ricche melodie arabeggianti, corteggia con cortesia suadenti malinconie klezmer… In tempi moderni l’estro creativo del gruppo riprende notevolmente i caratteri eclettici di due ‘geniacci’ del ‘900, quali John Zorn e Frank Zappa. La coppia, combinata al ricordo degli esuberanti Mr Bungle, non può celare la ricchezza compositiva e la bravura, del tutto personale, nel saper cucire con soave nitidezza i vari registri, dentro un solo percorso. I miei neuroni, comunque, non riescono a scordare neanche buona parte dell’avanguardia nata in Inghilterra dalle menti di Robert Wyatt, Henry Cow, Soft Machine e compagnia.
L’ispirazione, al massimo delle stelle, dona perle come Collante ed il suo charme zingaresco, Nautilus con affusolate infiltrazioni elettro-jazz alla Davis, Am Ha’Aretz e il suo viaggio da mille notte, Del Buffo Buio annebbiato da morbidi colori mediterranei. Carini gli spazi riservati alla nostra penisola, come dimostrano gli sketch partenopei ospitati dalla tiratissima Rutz.
I Calomito si confermano spigliati, goliardici e riflessivi (da constatare con l’aria notturna respirata in Nascosto), disegnando un jazz dalle forme tutte sue.

MESCALINA
Simone Broglia
I Calamito sono un sestetto genovese, composto da contrabbasso, chitarra, batteria, sax soprano, violino e fender Rhodes al loro disco d'esordio dopo la partecipazione a svariate compilation che li hanno in qualche modo scafati nel mondo musicale. "Inaudito" è un disco che potrebbe essere definito jazz. Dico potrebbe perchè questa volta i limiti che generalmente incorrono nelle definizioni formate dal solo sostantivo che denota il genere musicale si trovano rovesciate. Mi spiego più chiaramente entrando anche nel merito di quello che è il disco all'ascolto.
Generalmente quando leggo "definire un disco jazz" rimango insoddisfatto, vorrei entrare nella questione in maniera più profonda e magari sapere se si tratta di swing, free, oppure di sound stile New Orleans e conoscere la strumentazione usata. In questo caso invece, dal termine jazz non si può far altro che allargare ulteriormente il campo dei generi per poi ascoltare i dettagli che segnano le differenti tracce. Una diversità paradossalmente somigliante risuona fra le canzoni, tanto da poter assumere forse solo la definizione "variazioni jazz" come minimo comun denominatore. In effetti di musica in levare, tempo con cui si porta il jazz, nel disco se ne trova parecchia. Alla contrazione tipica però delle strutture nelle fasi storiche di questa musica fino al bebop, si contrappongono gli sbalzi di distensione e frenesia degli strumenti che si agitano quasi in preda a crisi presenti nei Calomito.
Possono d'improvviso bloccarsi ripetutamente per alcuni istanti che, nell'ipnosi dell'ascolto data dalla strumentazione, in particolar modo dalle percussioni e del violino, creano l'effetto di un lampo a cielo sereno ("Collante"). Proprio il pezzo appena citato si apre con un sapore zigano, prosegue con echi dal gusto Oldfield, poi un po' di jazz e poi altro e altro ancora in una fusione totale che non fa sentire stacchi, anzi avvolge in una trama di diversità-affini. Un ossimoro del genere può suonare strano, ma devo dire che in questo caso ci sta tutto.
In "Inaudito" la ragione lascia il posto alla fantasia, esplodono i colori, anche quelli dalle tinte più cupe risaltano per la loro profondità in una mescolanza d' intro arabeggianti come in "Am ha Aretz", in grado di aprirsi, portare alla mente le composizioni zappiane, la musica "colta" contemporanea, Zorn, i Doctor Nerve, per poi cambiare luogo e mutare verso i ritmi kletzmer.
È una musica totale, carica di creatività, ma allo stesso tempo, grazie alla tecnica musicale dei sei, risulta essere molto elegante nelle sue metamorfosi continue. I vari registri stilistici non vengono mai giustapposti, ma sempre consequenziati, costruendo una sorta di "musica lirica", non legata a racconto o narrazione, ma a simboli ed immagini e ricordi che emergono fluidi ed involontari.

BABYBLAUE SEITEN
Thomas Kohlruß
"Inaudito" heißt soviel wie "unerhört" wurde mir zugeworfen... nun, wenn das stimmt, dann ist das sicherlich eine passende Beschreibung für das vorliegende Album der italienischen Combo Calomito.
Manchmal ist es auch ganz gut, dass man etwas nur so auf Verdacht bestellt. Wer weiß, ob ich "Inaudito" sonst jemals kennengelernt hätte? Auf jeden Fall klang die Beschreibung im Newsletter des italienischen Mailorders BTF so seltsam, dass ich den "Buy"-Button geklickt habe.
Und... was für eine seltsame Musik ;-) Ehrlichgesagt: Ich sollte "Inaudito" hassen, denn hier ist vieles versammelt, was mir gemeinhin den musikalischen Genuß verleidet: Seltsames strukturloses Gedudel (allerdings glücklicherweise wenig), fast permanent trötendes Saxophon, Geräusche denn Musik, Calomito sind näher am Jazz als am Prog... aber wen stört so etwas, wenn das alles mit Charme, Drive und einem Augenzwinkern verpackt 'rübergebracht wird?
Calomito mischen Jazz-Rock mit seltsamen freiformatigen Klängen, schwenken unvermittelt in folkloristische Gefilde, zitieren irgendwie bekannte Kirmes-Melodien, nur um dann schliesslich in einer arabischen Kasbah zu landen und entsprechende orientalisch-arabische Atmosphären zu erzeugen. Dabei wirkt das Ganze ziemlich organisch und bleibt daher geniessbar, von Zerrissenheit keine Spur. Es bleibt sogar noch Zeit, dass die Gitarre schon mal ein bluesiges Solo einstreuen darf. Oder es wird eine Art "21st Century Schizoid Man"-Zitat (hört mal beim Ende von "Rutz" genau hin) eingeflochten...
Meist halten Calomito auch das Tempo hoch (und gönnen sich eigentlich erst in "Nascosto" mal eine kleine Ruhepause) und es liefern sich vor allem das Saxophon und die Violine erfrischende Duelle. So entsteht ein mitunter wüstes, aber immer mitreißendes, spassiges und unterhaltsames Jazz-Prog-Folk-Sonstwas-Kuddelmuddel. Also, wer hier nicht mit einem Grinsen im Gesicht zuhört... macht was falsch ;-)
Da diese Musik wie bemerkt nun eher exotisch für meinen Geschmack ist, sind Vergleiche eher schwierig. Aber eine Band, die mir sofort in den Sinn kam, sind die Chilenen Akinetón Retard, die bei den beiden Liveauftritten, bei denen ich sie bewundern konnte, ähnlich agierten. Auch die Ungarn Kada scheinen mir keine schlechte Referenz (aber ob die soviel bekannter sind?). Calomito gehen ein bisschen in diese Richtung, allerdings mischen sie noch andere Elemente ein, so dass ich vielleicht von einem Zwischending von Frogg Cafe und Akineton Retard reden möchte, um so einen kleinen Anhaltspunkt zu geben... Tolles Album, leider etwas kurz, auf jeden Fall sollten musikalisch abenteuerlustig Veranlagte hier mal 'reinhören, das könnte sich lohnen.
Das Artwork im "Booklet" (nur ein Faltblatt) ist der Musik im übrigen angemessen, seltsame Bilder und kuriose Strichzeichnungen, aber das wird natürlich von der süssen grünen Raupe auf dem Cover wieder wettgemacht ;-)

POST-ITROCK
Andrea Ferraris
Credo di aver visto i Calomito qualche tempo fa a Genova (loro città natale), dalle parti del Fitzcarraldo. Viola, violino, basso, contrabbasso, batteria, chitarra, rhodes, organo, sintetizzatore, percussioni, sassofono e tromba, organizzati come fossero una piccola orchestrina. "Jazz-fusion-balcan-porg-ludic-folklorist-soundtrack-etc.-danzereccia" con le parole jazz/fusion scritte più grosse delle altre. "Fusion" come "trait d'union" come a dire che fra i possibili sviluppi ce ne sono anche di ampio respiro e di gran gusto (come per fortuna dimostravano Pastorius e soci). Da Bregovich a Morricone, dai Weather Report ad Hancock (quello migliore che spesso non è neppure quello dei dischi solisti) a tratti persino una Mavishnu Orchestra con gusto (…perché la Mavishnu l'ha mai avuto?!). Credenziali "a-la-Weather Report" di Nautilus, filmati di una vacanza al Cairo in Am ha ‘retz, foto sfocate e avvinazzate anni Settanta in Ebetus, tarante balcanizzate di Rutz, ma non solo. Grande fruibilità e una registrazione cristallina che mette tutto al posto giusto. Se cercate avanguardia o sperimentazione forse non si tratta del vostro prossimo acquisto, ma se tradizione per voi non significa solo polvere o se non vi preoccupate di essere i più "a la page" del forum di "ciccio formaggio webzine", potreste rimanerne piacevolmente colpiti. Un disco che potrei fare sentire anche a mio padre.

COMUNICAZIONE INTERNA
Alessandro Mastrocola
Preparati i bagagli si parte ad esplorare le terre ed i mondi narrati dal gruppo genovese che prettamente in modo strumentale descrive percorsi tuffandosi tra progressive jazz, fusion–rock avanguardistico, sfumature d’Arabia e tant’altro.
All’apertura di “nautilus” pensiamo di incontrare un Frank Zappa che in modo fuggitivo con i suoi arrangiamenti fiatistici sembra chiederci l’orario ma neanche il tempo di rispondergli che la scena cambia irrotta da accordi di Rhodes di tutt’altro pianeta, ancora stupefatti dell’incontro precedente ci si continua ad avventurare in un labirintico tracciato dalle ombreggiature orientaleggianti di “Am ha Aretz”, tracciato in cui a tratti si crede di essere seguiti a distanza da un John Zorn e i suoi Masada, mentre ci si domanda dove ci condurrà la danza alterna del sax soprano e del violino elettrificato, ma il finale ballerino e ritmico di “Kaizer” ci traghetta al porto in attesa di chissà quale altra avventura.
Uno scenario contornato di luci ombra e retroscena, in cui l’ottima preparazione tecnico-strumentale dei musicisti facendosi mai prendere la mano ma articolando tutte ed otto le composizioni contenute in questo “Inaudito”, con ottima scelta e raffinata intuizione per evidenziarsi al meglio in quello che saranno le loro performance dal vivo, innaffiando con arrangiamenti elettronici e stagliature variegate fatte di incastri ritmici basso-betteria o nelle incursioni melodiche di chitarra, mai scontate nelle soluzioni, anche con quella chiave ironico-“intelligente” che non guasta anzi rende più gustoso l’ascolto, vedi l’ottimo sesto brano “Rutz” tarantellato al punto giusto.
Capaci anche di mantenersi su sonorità più morbide “Nascosto”, i Calamito si meritano questa produzione, di certo come già detto si faranno valere sui palchi di scena non solo nostrana ma benissimo anche quella internazionale, con la prospettiva che la loro unione consolidandosi ed affinandosi possa portarli chissà a quale altro ottimo risultato.

IL TIRRENO
Guido Siliotto
C’è sempre bisogno di musicisti che amino contaminare, senza porsi limiti o confini, e che tendano dunque a spaziare nell’orizzonte dei suoni senza remora alcuna. Ma, soprattutto, c’è bisogno di artisti che sappiano divertirsi e divertire, affinché la loro ricerca sonora non sia fine a se stessa, ma foriera di emozioni. Calomito è il nome della band genovese che ha optato per questa via e il sestetto - composto da Marco Ravera alla chitarra, Kai Kundrat alle tastiere, Filippo Cantarella al violino, Federico Barrai al sax, Tommaso Rolando al basso e Paolo Piccardo alla batteria - si muove lungo il sentiero tracciato da alcuni mostri sacri della sperimentazione, a cominciare dal solito Frank Zappa per arrivare a John Zorn. Nella musica di “Inaudito” convivono così senza difficoltà echi di rock e jazz, ma soprattutto molte suggestioni etniche: dalla musica del mediterraneo alla tradizione klezmer. Supportati da indubbie qualità tecniche, mai troppo ostentate, i musicisti riescono così a confezionare 8 tracce godibili cogliendo, perciò, nel segno.

DIRADIO
Luciano Marcolin
Uno stile atipico per i Calomito (Anche la ragione sociale, a dire il vero, non scherza quanto a stravaganza), quanto meno se li inquadriamo nel panorama indie italico.
Non capita tutti i giorni di trovare dei riferimenti così demodè: il jazzrock dei settanta ed in particolar modo quella specifica e beffarda versione che ne seppe dare, con la solita sagacia e sardonica intelligenza, la buonanima di Frank Zappa. Sembra a volte di riassaporare le liquide e cangianti sonorità di un album come Chunga's Revenge.
Coi tempi che corrono, infestati da un bigotto conformismo musicale, non è poco che questi ragazzi dimostrino un notevole buon gusto.
In più sanno sicuramente il fatto loro in quanto a perizia strumentale ed il disco risulta alla fine molto gradevole.
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