R.U.N.I. Fula Fula Fular
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Band: R.U.N.I.
Title: Fula Fula Fular
Catalog: MPL006
Released: january 2008
Format: LP 10" + CDr
Packaging: colorful!
Tracks: 7
Running time: 27'00"
Distributed: Audioglobe

Tracklist
A1: La marcia della merce marcia
A3: Dimmi che inchiostro simpatico
B1: Cacca malata
B2: Guerriero polacco
B3: Ti piace l'upupa?

Press
R.U.N.I. pic (300dpi)

R.U.N.I.

Fula Fula Fular

CD MPL006 2008

Sodapop
Andrea Ferraris
Una volta c'erano Skiantos e Squallor, poi Elio E Le Storie Tese, oggi anche se su una dimensione molto più piccola direi che ci sono R.U.N.I. ed X-Mary. Non sono un gran fan del genere e nonostante ciò i R.U.N.I. sono uno dei pochi gruppi che oltre ad essermi piaciuti su disco mi ha fatto spaccare dal ridere anche dal vivo. I R.U.N.I. quest'anno hanno compiuto dieci anni e per chi non li conoscesse sono gli eredi naturali di Devo, No Means No, disco-trash pop '80, post-punk e chissà quant'altro. Se Ipercapnia In Capannone K mi era piaciuto solo parzialmente perché era troppo storto e la naturale demenza dei lombardi finiva per perdersi un poco, da un altro punto di vista era la dimostrazione del fatto che "ci fanno" e sono ben distanti dall' "esserci", anche perché un tipo di proposta del genere finisce per essere quasi più radicale di un gruppo che si prende ancora più sul serio e fa "musica contemporanea", non per nulla ci troviamo di fronte a gente che da una parte ha suonato con Bugo e dall'altra ha collaborato e collabora con un monumento industriale come i Tasaday. I milanesi ritornano semplificando il materiale e direi che questo disco si trovi esattamente a metà strada fra le perle del Cucchiaio Infernale e le freakaggine di Ipercapnia quindi per quanto i testi siano cazzoni, per quanto cerchino di farsi passare a tutti i costi per babbaloni i R.U.N.I. non piaceranno alla vostra fidanzata perché come già Zappa prima di loro "i R.U.N.I. sono più duri di tuo marito" e della tua fidanzata. Il vinile uscito per Wallace, Megaplomb e Motograffo Society, in totale disprezzo del digitale contiene un cdr dello stesso disco di cui potrete fare l'uso migliore, dal tagliarci le strisce di coca al banalissimo ascoltarlo (come d'altro canto sto facendo io mentre vi scrivo, cari drughi). Se Vuoi Essere Un Bassista su Marte sarebbe una hit degna dei locali di lapdance per marziane deformi, e nonostante la vena krautesca dei lombardi sia sempre forte, le tranvate-trash tastierone e le intuizioni che li hanno resi uno dei gruppi preferiti del Toxic Avenger sono il tratto principale di questo capolavoro per minus habens. Riff storti, melodie sghembe e monocorde, insalata mista ad oltranza e R.U.N.I. al duecento per cento uguale ventimila. E' difficile non avere una crisi d'identità di fronte ai messaggi criptati di Cacca Malata e/o di Guerriero Polacco, ma sono certo che come in Summer Of Sam (il capolavoro di Spike Lee?) ci sia un cane che dica ai R.U.N.I. ciò che devono e/o non devono fare. A tratti ho avuto persino la sensazione che se i pullman di Subsonica e Blu Vertigo si fossero scontrati con i Boredoms dopo essere stati eliminati a colpi di karate dai prodi kamikaze e obbligati a vedere la sigla di Carletto, Il Principe Dei Mostri per tre giorni inginocchiati sui ceci prima che la polizia s'incazzasse... allora sarebbe uscito Fula Fula Fular. Spero che non vi siate fatti frenare dalle cazzate che ho scritto ed abbiate letto fra le righe, per cui avrete impiegato il cd allegato al vinile, perché i R.U.N.I. sono dei geni e piacciono al mio cane (o almeno lo suppongo visto che è lui che mi ha dettato la recensione).

Nerds Attack
Emanuele Avvisati
Diciamolo subito, prima ancora di iniziare a parlarne: scrivere qualche riga a proposito di questo disco è impresa assolutamente ardua. Tuttavia questo è il compito che mi è stato assegnato, e tenterò di svolgerlo al meglio. Aggiungiamoci anche che personalmente dei lombardi R.U.N.I. non avevo mai sentito parlare, di conseguenza mai ascoltato nulla, e allora il compito acquista ulteriore difficoltà. Sì, perché quello che si prova sin dalle prime battute di questo 'Fula Fula Fular', è un’opprimente sensazione di spiazzamento. Per quanto uno tenti di ricercare generi, ascolti, gruppi in qualche modo ricollegabili a quanto proposto dai R.U.N.I., dovrà ben presto rinunciare a questa vana impresa. Non c’è nulla che vi assomigli. Certo per approccio alla musica si potrebbero scomodare i Devo, ma il paragone non può andare oltre alcune meccaniche di matrice elettronica e l’alto tasso di demenzialità. In ambito italiano si potrebbe pensare forse a Bugo, eppure anche qui non sono che minime le somiglianze. C’è poco da fare: i R.U.N.I. sono i R.U.N.I. e basta. La loro è una musica molto infantile, ma allo stesso tempo molto matura (come potrebbe esserla quella di Frank Zappa tanto per intenderci), paradosso che rappresenta l’unica costante della loro proposta. Infatti, nelle sette tracce che compongono questo lavoro, non ce ne sono due che si assomiglino, se non nel fatto di essere infantilmente adulte. Il bel lavoro grafico di copertina potrebbe rappresentare una sintesi di questo paradosso: il tendone del circo è lo spazio dove l’adulto si mescola al bambino, dove idealmente si pone la musica dei R.U.N.I., dove il non-sense acquista senso. Gli americani direbbero, a proposito di questo disco, “this is sick shit!”. Che i R.U.N.I. hanno ben tradotto con 'Cacca Malata'. Da avere.

Succo Acido
Italo Rizzo
Cosa ci riserva la rentrée dei R.U.N.I., benvenuta e graditissima anzichenò? Sette squarci sulla follia, traboccanti influenze e immediatamente riconoscibili come “roba loro”. L’evoluzione sonora c’è stata, ma con i R.U.N.I. valgono regole diverse da quelle solite: il pasticcio krauto/noise/electro/prog/avant è da sempre la loro specialità, di volta in volta addizionata di scorie d’ogni genere, filtrate sempre, però, dalla loro personale concezione di riciclaggio rifiuti. Fula Fula Fular parte col botto, La Marcia Della Merce Marcia, tra giochi e fiumi di parole in libertà, annuncia “Siamo scemi” e ruba l’attenzione con un ritmo circolare scandito da tastiere e chitarre. Ciascun episodio sembra riassumere un aspetto della band: il lato più elettronico in Dimmi Che E’ Inchiostro Simpatico, la voglia di pop in Eppure Mi Cambio Le Mutande Tutti I Giorni (il pezzo più melodico mai scritto dai R.U.N.I., nonché il più attuale), la filastrocca nonsense in Cacca Malata, che termina in una sfuriata hardcore, che trova compimento in Guerriero Polacco, omaggio ai bergamaschi Anticlockwise (se non ho capito male). Chiude il mini album la suite Ti Piace l’Upupa, un tripudio di colori, voci spiritate, suoni che si stratificano fino a tramutarsi in orgiastica danza della pioggia, acida naturalmente! Che non si dica che sono demenziali, i R.U.N.I. conoscono bene il confine fra il reale e l’assurdo, per questo lo valicano volentieri portando con sé ogni volta dei buffi souvenir. Potrebbe essere folle la scelta di pubblicare questo mini (27 minuti) solo in vinile 10”, ma di questi tempi, che il cd sembra aver già fatto storia per lasciar posto a formati più evanescenti, paradossalmente potrebbe rivelarsi un’idea azzeccata. Anche il vinile sta tornando di moda, l’era runiana, invece, è appena iniziata.
The R.U.N.I. comeback: what can we say? Seven pieces of madness, seven steps inside a "pastiche" of kraut rock/noise/electro/prog/avant. The band recycles and invent sounds from the post-modern era, they sing "siamo scemi" and maybe is true. Fula Fula Fular is a mini album, available only in 10" vinyl, a very brave idea. But maybe this is the future, cd is out, vinyl is in! We cannot define R.U.N.I. as demential, they are only (devoluted) rock'n'roll. And we like it.

Il Mucchio Selvaggio
Alessandro Besselva
Sono passati cinque anni dall’ultimo album dei R.U.N.I., il notevolissimo “Ipercapnia in capannone K”, e la formazione proveniente dall’hinterland milanese sembrava ferma, per il disappunto di tutti i fan dell’underground italiano più ludico ed estremo, e per estremo intendo capace di stimolare l’intelligenza senza rinchiudersi in settarismi sterili. Quando tutti pensavano che i quattro avessero definitivamente fatto perdere le loro tracce ritornano con un 10’ (nessuna notizia di stampe su CD, ennesimo segnale dell’ormai inarrestabile declino del mezzo?) di neppure mezz’ora di durata, ricco dei soliti sprazzi di follia no-wave, frenesie a base di funk deviato e schegge kraute, spasmi ossessivi e trovate brillanti. “Fula fula fular” è l’ennesima testimonianza di un percorso assolutamente atipico, che forse non ha inciso quanto avrebbe potuto nel panorama circostante ma ha saputo creare un persistente culto. “La marcia della merce marcia” è un calypso postindustriale che si perde in mille rivoli ritmici, “Se vuoi essere un bassista” è un funk schizoide e iterativo nella migliore tradizione nella band, altrove si spinge maggiormente sul pedale del free (“Dimmi che è inchiostro simpatico”, la prima parte, un delirio pseudofolk rituale, di “Cacca Malata”), completano il quadro una cover dei bergamaschi Anticlockwise (“Guerriero polacco”) e l’elettrorock di “Ti piace l’upupa”, infiltrato da aperture melodiche stropicciate, che richiama le atmosfere spasmodiche del brano di apertura. Risultato: ancora una volta il gruppo degli inseguitori si trova notevolmente distanziato.

Ondalternativa
Doriana De Marco
Eccoli qui, l’altro gruppo “demential” made in Wallace records. Dopo la deliziosa nuova uscita degli X-Mary riscopriamo il futuro dell’idiozia attraverso questo “Fula Fula Fular”, oramai quinta uscita di lor signori R.U.N.I. , dopo ben cinque anni di chi lo sa, cazzeggio? Il paragone con gli X-Mary purtroppo mi viene naturale, non solo perché fratelli di etichetta ma soprattutto per la loro comune attitudine “idiota ma con stile” e per la azzeccata ironia anche troppo demenziale che vince grazie al l’effetto dell’assurda inspiegabilità. Divagazione e follia partorita dai migliori demoni dell’alterazione mentale permanente, questi R.U.N.I. non giocano solo con le parole, anzi alle volte poco percettibili nascoste fra le trame sonore, ma anche con i suoni, con gli strumenti; andando a trovare la no-wave e il post-punk di tanto in tanto (oh, sempre di Wallace si tratta!) a volte mantenendosi più sul riff classico rock da presa e altre volte ancora sfoderando elettronica trash ma che cosi trash non sentiva da un po’, mescolando tutto in questo esperimento non-sense d’eccezione che sembra trasportarti in un universo parallelo dispersivo, oscuro e malato, ma divertente. Insomma, un libro di Douglas Adams messo in musica. Tra le mie segnalazioni personali voglio citare la più malata “Dimmi che è inchiostro simpatico” e la geniale “Cacca malata” dal cambio sorprendente oscurità/cattiveria, un vero pezzo da infezione psichica. Chiusura ottima con l’onomatopeica “Ti piace l’upupa” forse concept track dell’album, raccolta di intenzioni messa come paragrafo conclusivo. Disco buono, devo dire però che la grande potenzialità di certe tracce invita l’ascoltatore a rivedere tutto l’album ricredendosi su alcuni brani non poi cosi ottimi come l’incipit “La marcia della merce marcia” che a tracklist finita risulta in tutta la sua strumentalità alla Television leggermente banale, perchè un po’ già attesa date le premesse (sempre all’interno del contesto, si intende) e con premesse intendo etichetta, prodotto presentato in vinile e biografia. Si sa però che queste cose si dicono solo dei gruppi da cui si aspetta il meglio. Quindi, anche se a questo giro vince il lato B, avanti R.U.N.I.!

PreavyRotation
Andrea Prevignano
Idioti, come ci tiene a sottolineare il press ad della Wallace, ma idioti come i Devo, con i loro sintetizzatori meccanici e sghembi, o come i misconosciuti e nervosissimi americani Stickmen, o come i futuribili e compianti Six Fingers Satellite. Idioti di quell’idiozia che affascina, piena di non sense, intemperanze verbali, di brusche sterzate ritmiche e melodiche. Fanno dischi di tanto in tanto (l’ultimo, “Ipercapnia in capannone K”, risale a cinque anni fa; il loro esordio “La pianta movente” su Bar la Muerte è del 1999; il gruppo è in giro da 1994 anche se con altro moniker) ma quando colpiscono fanno male. I Brainiac di Cernusco sul Naviglio hanno lucidato corde, tasti e tamburi in occasione di “Fula Fula Fular” e hanno creato sette brevi canzoni brucianti tra postpunk spastico, filastrocche disarmanti che farebbero impallidire il Bugo più profondo (Ho fatto di tutto ma non mi hanno preso tutto/(…) eppure non sono nemmeno peloso/eppure mi cambio le mutande tutti i giorni) e rapidissime lamettate no wave. E’ rock, ed è italiano: visto? Non è difficile.

SandZine
Alfredo Rastelli
Curioso come due dei gruppi più ‘scemi’ del panorama italico (per loro più o meno ammissione: siamo scemi / mangiamo sassi / siamo sassi / mangiamo scemi, cantano dei R.U.N.I. particolarmente balbuzienti nell’incipit di “Fula Fula Fular”), tornino con dei nuovi lavori entrambi dedicati all’immaginario circense. Che la loro sia una musica acrobatica è fuor di discussione, così come entrambe le band sembrano vivere all’interno di universi personalissimi (come un libro di Jodoroswky tanto per intenderci), alle prese con situazioni di ordinaria amministrazione ma analizzate da un punto di vista inedito (i R.U.N.I.) oppure con situazioni improbabili e personaggi fuori dal comune (gli X-Mary). C’è una ragione per cui aspettavamo con tanta ansia un qualsiasi nuovo segno di vita da parte dei R.U.N.I., e basta ascoltare “Fula fula fular” per rendersene conto: un disco favoloso, il passaggio ad uno stato superiore nella (d)evoluzione sonora, fatta di girandole di canzoni geniali, spastiche nella musica come nei testi (La marcia della merce marcia, Se vuoi essere un bassista, la sociologica Eppure mi cambio le mutande tutti i giorni) e un suono perfetto nel lanciarli a tutta forza verso nuovi orizzonti in musica (si ascoltino le cavalcate trans-spaziali finali di Cacca malata e Ti piace l’upupa?). Nient’altro da dire se non: capolavoro! Se i R.U.N.I. si dichiarano scemi ma tanto noi sappiamo essere molto più intelligenti della media, sugli X-Mary ho invece qualche dubbio, dato che fanno di tutto per mostrarsi sempre più cazzoni, così cazzoni che il loro precedente disco l’ho inserito nella mia playlist 2006 come miglior disco pop-rock. Con il nuovo disco le cose non cambiano di un pelo e per essere giusto dovrei trascrivere le parole che il buon Nicola Mazzocca (Tottemo Godzilla Riders / Kilppa Klokka) spende nella press-sheet che accompagna il lancio di “X-Mary al Circo” (eccetto per il fatto che io gli X-Mary non li conosco né mi preme conoscerli). Ma visto che richiederebbe più fatica trascrivere il papiello di Mazzocca, aggiungo qualcosa di mio: se le cose al mondo girassero nel verso giusto (ma noi sappiamo di no) “X-Mary al circo” dovrebbe bissare il successo di “A Tavola con il principe” (da poco ristampato dalla Wallace, alla cui recensione del sottoscritto vi rimando, se siete interessati) e procurare alla band di San Colombano un numero di nuovi adepti pari almeno al vecchio. Certo, Mohamed Sahara, se inserita nella colonna sonora de “L’Allenatore del pallone 2” (ci sarebbe stata benissimo), avrebbe sortito probabilmente il suo effetto di diffusione di massa: un vero e proprio inno, proprio come Giacomino il re del circo, giusta introduzione al circo X-Mary, in realtà una sarabanda pop-rock tra gli schizzati punk di Ildebrando, Carlo Martello Magno e Manuale di corteggiamento, le sudamericane Rusumada e Fatima (Santo part-time), il pop spagnoleggiante di Parce que je pense a toi e quello sanremese di Marco ti amo, la wave di L’amico dell’amico e il funk di La sera dopo il raccolto e Motorino e i soliti testi fuori di testa. Manca un’ultima cosa da dire: oltre a scrivere canzoni geniali, R.U.N.I. e X-Mary sono musicisti coi controcazzi.

Kathodik
Vittorio Lannutti
Banali? No. Irriverenti? Si. Demenziali? Abbastanza. Sicuramente distorti e pop. In questo modo si presentano i R.U.N.I. con questo nuovo lavoro, volutamente sbilenco che ha un approccio simile a quello del più irriverente Frank Zappa. D’altronde i quattro lombardi zappiani lo sono anche nell’allegra copertina circense e nelle sperimentazioni, apparentemente semplici, ma in realtà improvvisate e sempre con un ottimo sostrato noise, anche molto bene la base è funk. Certo se non avete capito che cosa suonino i R.U.N.I. di “Fula fula fular” non preoccupatevi, perché in questo caso è molto opportuno parlare di genere inclassificabile. Il quartetto parte con il funk stralunato e deviato de La marcia della merce marcia, per proseguire con il funk circolare ed elettronico di Se vuoi essere un bassita e con l’ipnotica Dimmi che è inchiostro simpatico. Eppure mi cambio le mutande tutti i giorni è un indie-pop sbarazzino e spezzettato e a volte sincopato, mentre Cacca malata se ha una prima parte eccessivamente psichedelica, la seconda vive una profonda aritmia, la conclusiva Ti piace l’opera? ha invece un piglio frivolo e minimale. Se volete deviare dalle solite manfrine pop, questo è il disco che fa per voi.

Il Tirreno
Guido Siliotto
Una lunga pausa da “Ipercapnia in capannone K”, capolavoro uscito ormai cinque anni fa. Era ora che uscisse un nuovo disco per i R. U. N. I., tra le formazioni più originali in Italia, da sempre artefici di una miscela sonora unica e avvincente, ammantata di lucida follia e travolgenti dal vivo. Una pausa che aveva fatto temere il peggio, anche per l'abbandono del bassista Alessandro Ruppen. Forse la band rischiava di non trovare più il bandolo della matassa, ma sapeva bene che finire la propria corsa avrebbe rappresentato un danno per tutto il rock italiano. Perciò, nell'attesa di qualcosa di più completo, ecco uno sfizioso mini-album, pubblicato in un formato ormai anomalo come il vinile 10 pollici (ma le nuove frontiere dell'industria discografica sembrano fin da ora dare ragione ai più ostinati nostalgici), che raccoglie sette ottime prove di piena salute e soprattutto è carico di elementi capaci di traghettare il gruppo verso lidi ancora più ricchi di sfumature. Un lavoro che è dunque riepilogativo di un percorso, ma fa intravvedere nuove prospettive e, seppure dichiaratamente interlocutorio, conferma i R. U. N. I. tra i nomi che resteranno di questo inizio millennio.

Audiodrome
Giampaolo Cristofaro
È doveroso il bentornato ad una delle migliori - purtroppo abbastanza ignorata – band del nostro paesuccio in fibrillazione. Mancava dalle scene discografiche da cinque anni, cioè dall’uscita di Ipercapnia In Capannone K. Certo, Fula Fula Fular non esce su cd ma su 10’’, però la forma è quella dei tempi migliori, benché priva di un certo spirito rock’n’roll proprio degli esordi. Non è assolutamente priva di invenzioni, invece, di umorismo e di non-sense, inoltre è vergata con divagazioni musicali dance, kraute, simil post-punk, incastonate in canzoni folli e divertentissime che se ne fregano altamente delle mode. Anzi, le mischiano, le confondono e pare davvero che Fabio Belli (chitarra), Alessandro Ruppen (basso), Daniele Malavasi (batteria) e Roberto Rizzo (voce e tastiere) godano come pazzi nel farlo. Così come avranno goduto come pazzi nel raccontare la genesi di questo lavoro sul loro sito man mano che prendeva forma. Anche se “forma” non è la parola esatta, tali e tante sono le lucciole impazzite impregnate di varia musicalità che schizzano da un parte all’altra delle sette canzoni di Fula Fula Fular. Fonetica folle e sarcastica, chitarre corrosive per “La Marcia Della Merce Marcia”, elettrogroovy più di qualsiasi canzone dei Rapture “Se Vuoi Essere Un Bassista”, loop da claustrofobia immediata in “Dimmi Che È Inchiostro Simpatico”, melodia che affoga in tempi dispari e chitarre De-volute in “Eppure Mi Cambio Le Mutande Tutti I Giorni”. “Cacca Malata” è paranoico mantra kraut da synth intasati di merda (pare un insulto ma non lo è), sparata fuori dal climax di metà pezzo in tutta la sua sana malattia. Rapida furia hardcore in “Guerriero Polacco”, poi il tutto si chiude con la suite “Ti Piace L’Upupa”, summa dell’impostazione tematico-sonora del disco. Davvero un gradevolissimo ritorno a cui si spera ne facciano seguito molti altri. Aggiungete pure una mezza stella colorata e ubriaca in più alla valutazione finale.
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