R.U.N.I. RrrrUuuuNnnnIiii
LP: Sold out
CD: Sold out
Band: R.U.N.I.
Title: RrrrUuuuNnnnIiii
Catalog: MPL008
Released: january 2010
Format: LP 12" + CD / CD
Packaging: rich!
Tracks: 10
Running time: 46'00"
Distributed: Audioglobe

Tracklist
A2: Pranzo da Dio
A3: W
A4: Il ballo del Quaquaraqua
A5: Afrofrate di fretta
B1: Pitoni a Miami
B2: Albero
B3: Jesus Christ Sugostar
B4: I-205 in Ascona
B5: Mizzica! Tu mozzichi

Press
R.U.N.I. pic (300dpi)

R.U.N.I.

RrrrUuuuNnnnIiii

Reviews

Italian Embassy
Enrico Veronese
Itch. Senso di prurito da foto in garage seminterrati, pompe di autolavaggio, incazzature che portano immediatamente a ballare come dei forsennati che neanche le coppie di anziani nelle vecchie canzoni di Battiato. Questo e molto altro in "RrrrUuuuNnnnIiii", il nuovo stupefacente e coloratissimo disco dei R.U.N.I., in uscita per il solito consorzio (Wallace in primis, Bar La Muerte, Burp, Musica per Organi Caldi, Megaplomb, MGS, Brigadisco, Il Verso del Cinghiale) il 28 gennaio. Un dizionario mentale da spostati sovversivi, perché in questo paese l'intelligenza è sovversiva, un live di quelli in cui i fotografi non riescono a prendere la mira e se scattano è tutta energia cinetica a tracolla: difficile situarsi in ogni momento nella lunghezza d'onda dei tre alieni Roberto Rizzi, Fabio Bielli e Daniele Malavasi, più di una volta urge lasciarsi andare senza voler afferrare subito, tanto ci pensano il ritmo e la lucida follia a trascinare. E a dispetto delle premesse e dei santi, è anche di pop che stiamo parlando, quello meno addomesticato e solo residuale al termine dello smaltimento scorie, con ritornelli che inchiodano al gonzo-style ridondante e citazionista, ché ogni album dei R.U.N.I. è migliore di ogni album dei R.U.N.I.: L'uomo che morisse due volte fa il verso ai CCCP, "noi siamo figli di / figli della DC" come neanche Rino Gaetano, evoca tegolino e 3D simboli di modernità commerciale preconfezionata. "Non ci fermate più. U"… Pranzo da Dio ha assonanze old punk skiantosiane, se gli Altro avessero le tastiere, se Cossiga avesse i denti come nella famosa osteria n.20: roba che il p-funk è sepolto e si deve parlare d'altro. Le sciabolate di W andrebbero scomposte nei singoli particolari della parola e del suono per poter essere percepite appieno in quello che sono, chissà il perché dell'apodittica fissazione sfasciachitarre per la Puglia! Nel Ballo del quaquaraqua torna la benedetta leggerezza narco-dance che già dal titolo insomma… slang mafiosiciliano, un grammelot che vedrei bene sul palco assieme ai Camillas come talvolta è successo. Oh, Afrofrate di fretta… troppo casino per capirci qualcosa, non è arty non è party ma c'è la tastierona krauta che droga il pezzo nel suo mezzo, la litania quale quarto movimento epico che motteggia i riti del prog, se li segui ci rimani secco nel cervello, forse sta nella ripetizione dei cicli l'africanità postulata (e quindi in concerto dev'essere un momento favoloso) finché la chitarra prende ancora il sopravvento. Pitoni a Miami riverisce una volta ancora la felice titolistica entro una sommessa sottomissione di Giucas Casella con un pendolo davanti agli occhi da aprire quando lo dirà lui, pre-Kraftwerk, cosmica tedesca del '72, sogno di Tangeri a fare da spartiacque col resto del disco, e ci mancava solo il diapason, alla fine si apre e non sarete gli stessi di prima. Anche perché Albero riprende uno dei tanti discorsi lasciati sospesi, quello delle sentenze sparate senza plausibile contraddittorio (babbucciababbucciababbucciababbuccia), e ti ritrovi a cantare come uno scemo nel lunedì mattina travisando le parole chiedendoti come facciano loro a non sbagliarle. Jesus Christ Sugostar è ulteriore salsedine e detriti dal mare magno di riciclo semiserio che è la musica dei R.U.N.I., come in Afrofrate di fretta si fatica a riavvolgere la matassa del prendere o lasciare da quanta complessità stilistica interna, dritta come la no wave ma molto meno essenziale, decisamente sopra le righe quale bagno nel pongo. La voce di Mae Starr (Rollerball) dilata e rallenta i piccoli infarti di I-205 in Ascona fino a portarli al collasso, si avverte un retrogusto Joy Division quasi trip hop ante litteram senza provenire dalla black. Bellissimo il testo tronco, fantozziano e surreale di Mizzica! tu mozzichi!, "il cardinal a Gardaland e lo stracchino con la stricnina ed il cianur con il cynar", venefica come se non ridesse sotto i denti fino a svanire sotto i colpi di una batteria hc con chaos disumano da redde rationem e la sirena che spegne la fabbrica del delirio all'arrivo dei diavoli in processione per il sabba di mezzanotte attorno al fuoco, ialla! ialla! A volte mi chiedo se vorrei un mondo fatto ad immagine e somiglianza di queste musiche diverse, di questi performer sui generis, senza la piatta normalità che non solo nel mainstream prospera, e mi rispondo che probabilmente no, serve proprio per contraltare, ma che senza corti circuiti del tipo RrrrUuuuNnnnIiii la gamma delle sensazioni uditive (e non solo) sarebbe sensibilmente più povera e triste. Grazie, foss'anche solo per questo.

Blow Up
Massimiliano Busti
I R.U.N.I. sono uno scherzo di natura, una contraddizione in termini, uno specchio per le allodole e ci piacciono proprio per questo. Fra calembour, onomatopee e parole in libertà associate con un metodo che sembra affidarsi al puro nonsense da ubriachezza molesta piuttosto che alle avanguardie artistiche, il gruppo è riuscito e tracciare un percorso del tutto personale nel rock "cantato in italiano", utilizzando la nostra lingua in modo assolutamente anomalo e del tutto funzionale rispetto al loro suono ossessivo e violento, che fonde paranoia, ottusità e spirito vitale in un unico corpus. Con la formazione ormai ridotta a un trio, in questo nuovo album sembrano gradatamente spostare il baricentro del suono verso atmosfere ancor più aggressive che in passato, come accade nel brano d'apertura intitolato L'Uomo che Morisse Due Volte che innesta su un beat martellante alla Trans Am un urlo disperato sull'inadeguatezza di affrontare il presente: "non produco più…non consumo più… noi siamo figli di… figli della DC…, tua madre è in HD… tua mamma è in 3D… con l'uovo al tegamino". Sezione ritmica, synth e chitarra si fanno sempre più serrati per assecondare farneticanti incubi domestici (Jesus Christ Sugostar) o deliri raccapriccianti con annesse visioni di Gardaland e fobie da avvelenamento (Mizzica Tu Mozzichi), mentre tutto sembra condurre ad un gioco surreale attraverso il quale i tre riescono a rappresentare la realtà del quotidiano in tutto il suo paradossale squallore.

Music on Tnt
Loris Gualdi
Quanto tempo è trascorso da "Ipercapnia in capannone K"!? forse troppo, forse poco, ma il tempo nella musicalità dei R.U.N.I ha poco valore, perché una volta entrati nel loro futuristico e grottesco mondo, l'orologio si ferma, talvolta avanza veloce, torna indietro, arrivando a giocare, scherzare, compatire, accogliere, sorprendere e squilibrare in una sorta di dicotomia evolutiva, tra realtà offuscata e irrealtà concreta. Oggi la band milanese torna con il suo estro compositivo, attraverso le 10 tracce di "Rrrruuuunnnniiii", folgorante delirio musicale che pervade l'ascoltatore con le sue note curiose sprigionanti emozionalità e divenire. Ad aprire il nuovo disco è l'ottima sonorità de "L'uomo che morisse due volte", citazione ironico-filmica appoggiata su sfondi noise e linee vocali ipnotiche, che omaggiano quella new wave darkettara di inizi anni '90, assestandosi tra cupezza ed electro-beat. Chi ben comincia è di certo a metà dell'opera, ma prima del giro di boa, non si possono non notare i lieti episodi di "W", antisocial post punk, e "Pranzo da Dio", sarcastica filastrocca electro punk, ciclica e circolare in cui la parte vocale, a tratti invasiva, ci trasporta nell'avangurdia compositiva degli anni 70. Il percorso segnato ci porta a vivere prima il giocoso country dialettale, chiaro attacco nei confronti del populismo musicale, e poi l'industrial noise di "Jesus Christ sugostar". Quest'ultima è di certo annoverabile tra i brani migliori del full lenght, in cui le sonorità senza compromessi ed in songwriting bizzarre si amalgamano ad una sezione ritmica sopra le righe. Un brano che nonostante il suo moto ondulatorio, finisce per tornare verso l'ossatura magnetica impostata tra surrealismo e stoner. "Rrrruuuunnnniiii" è senza incertezza un buon disco alt-noise, che ha il pregio di provare a vincere le sfide che si propone, come accade nella bella "I-205 in ascona", che con la sua a-rmonia, raccoglie tutti gli ingredienti necessari ad un disco R.U.N.I"

LaScena.it
Ruggero Trast
I RUNI sono fuori. Sono tre menti malate di tre diverse malattie ugualmente incurabili. Sono quarantaquattro gatti in fila per quarantaquattro, trentatre trentini che abusano di trementina e tritolo, la panca, la capra e una lotta per la sopravvivenza che si decide sulla base del dominio dei piani alti. Incantatori di serpentine e plafoniere magiche. "RrrrUuuuNnnnIiii" è tra le altre cose: un delirio che non delude gli amanti di quella letteratura che affonda le proprie radici nei bugiardini dei medicinali ed è ben rappresentata dai consigli per le ricette presenti su numerosi pacchi di pasta da cinquecento grammi; un'osteria sinfonica che pesta pesante e martella il chiodo proprio lì dove ti fa male; un taglio di capelli tipicamente anni Ottanta, meglio noto presso alcuni barbieri col nome di Mullet e proibito nei saloni dei migliori parrucchieri dal 1991; quello che mi diresti se io rovinassi il tuo appuntamento eterosessuale insinuando la tua omosessualità; dieci inni sacri all'inutilità del senso e dieci firme sulla petizione per l'abolizione del futuro anteriore; rari momenti di lucidità; Suor Germana e Ringo Starr fatti di Mucosolvan su un treno per Gerusalemme. E soprattutto il primo disco dell'anno. E già il più migliore di tutti. E quando dico il più migliore, voglio dire proprio il più migliore. P.S. La completa assenza nella recensione sovrastante il Post Scriptum di riferimenti a brani, cose o persone presenti nell'album è giustificata dall'incapacità del recensore di smembrare la bellezza del ragazzo "RrrrUuuuNnnnIiii" nella sua interezza.

Nerds Attack
Emanuele Avvisati
Se dovessi compilare un'ipotetica classifica dei cinque migliori gruppi italiani, allora un posto spetterebbe di certo a loro: i R.U.N.I. Da più di dieci anni in attività i R.U.N.I., pur essendo rimasti in tre (prima erano in sei, poi in cinque, poi in quattro e così via), non hanno perso nemmeno una briciola della loro creatività ed originalità che li contraddistingue dal 1997, anno in cui uscì il loro debutto 'Nessun Paradosso'. Anzi. I R.U.N.I. sorprendono ad ogni nuova uscita discografica perché, pur rimanendo coerenti al proprio modo e stile di intendere la musica, hanno una straordinaria capacità di rinnovarsi. E questo nuovo 'Rrrruuuunnnniiii' è qui a confermarcelo. 'L'uomo Che Morisse Due Volte', la traccia che apre questo nuovo lavoro sembra citare i Neu! di 'Hallogallo', in 'Pranzo da Dio' smebra di sentire i Devo trent'anni dopo cantare in italiano, 'Il Ballo del Quaquarquà' rievoca le sonorità allegre del precedente EP, mentre 'Pitoni a Miami', la traccia più "scura" dell'album, ricorda i Joy Division più cupi. Insomma, ancora una volta i R.U.N.I. hanno sfornato un prodotto che riuscire a definire in un'unica parola è impresa difficile, se non impossibile. Il loro è un caleidoscopico viaggio nella musica, dove quello che è stato ieri viene frullato e reinventato per l'oggi. Dove si viene continuamente colti di sorpresa e continuamente smentiti. Così come nessun altro è in grado di fare in Italia.

RockIt
Massimiliano Osini
Sono contento che esistano ancora dischi che riescano a stupirmi. Come i Runi, ad esempio. Un po' per pessimismo, un po' per consuetudine con il rock italiano, non mi aspettavo da loro un disco così fresco, creativo e vario che già si propone per le playlist di fine 2010. Un disco le cui coordinate vengono tracciate subito dal primo pezzo, "L'uomo che morisse due volte", un misto di tastiere retrofuturiste alla Trans Am e piglio sarcastico dei primi CCCP. Naturalmente queste linee vengono ben presto scombinate per lasciare posto ad altre forme di divertissement in musica, ad esempio "Il ballo del quaquaraqua", un simil-country con testi in siciliano (?), oppure "Jesus Christ Sugostar", il cui nome è tutto un programma. A farla da padrone sono i ritmi serrati, le sonorità elettriche-elettroniche e i testi surreali. Questi ultimi rappresentano un elemento di coesione per il disco, una serie di versi ben calibrati, ironici, mai superflui che si amalgamano alla perfezione con la musica. Non è certo facile giocare con i nonsense senza risultare banali o ridondanti. Formidabile in questo senso il finale di "W" dove si sbraita di voler tornare da qualche parte in Puglia. Sul fronte delle bizzarrie vale la pena ricordare "Pitoni a Miami", uno strumentale in bilico tra krautrock e sinth pop. Non sempre, però, la carta della varietà produce i frutti sperati: "I-205 In Ascona" sfoggia la voce femminile di Mae Starr (Rollerball), un testo in inglese e arrangiamenti psichedelici, ma francamente ci azzecca poco o niente col resto del disco. Rimangono da segnalare un paio di trascinanti pezzi punk-funk quali "Pranzo da Dio" e "Albero" (nella migliore tradizione del gruppo) e quello che è il mio brano preferito, "Afrofrate di fretta", il più rumoroso del lotto, con le sue tastiere acide e lo svolgimento imprevedibile, se non addirittura sghembo, una vera e propria sintesi di tutto il disco. Disco che, se non si fosse ancora capito, è consigliatissimo a scatola chiusa.

Sodapop
Andrea Ferraris
Per quanto, pur stimando enormemente l'etichetta e lo spirito rock-omnidirezionale di Mirko Spino, non sia impazzito per alcune delle ultime uscite Wallace (probabilmente sono quelle che stanno vendendo meglio, mentre immagino impilato a collezionare polvere per esempio Pupillo/Ligeti/Gebbia, un disco che dà parecchi punti a molti trii di Zorn) è pur sempre vero che l'etichetta si spara ancora dei colpi notevoli come questo o come i Mir, tanto per dire i primi che mi son venuti in mente. Stiamo parlando del disco più ascoltabile e fruibile dei Runi dai tempi del Cucchiaio Infernale: demenza e intelligenza fuse in questo Frankenstein a metà fra un punkettone in acido-krauto, i Devo, delle canzoni da scuola elementare e filastrocche da nobel per la cazzata. Se non ci fosse chi aveva già usato il titolo, i lombardi avrebbero vinto un bel In Puttanate Sei Speciale. Mi spiace che molti di voi coglieranno solo il lato trash di questa recensione, perché un gruppo come i Runi non se lo merita davvero, sto parlando di gente che dovrebbe essere in cima alle classifiche grazie a "cazzoni" (no, non ho scritto sbagliato amico letterato il fatto è che loro scrivon "cazzoni" dove gli altri compongon canzoni) come queste. Zappa ed Elio che si accoppiano con Mark Mothersbaugh (Devo) in vena di disco dance e posseduti dal demonio delle Shonen Knife (o di un generico gruppo "giapu" che vira al pop-rock) uscito dalla Casio di Roberto Rizzo. Se qualcuno temeva che riducendo la formazione a tre il gruppo facesse una svolta alla Liars (il parallelo con i primi Liars non è neppure così tirato per i capelli) perdendo di immediatezza, rimarrà indubbiamente spiazzato di fronte ad una serie di tracce immediate, piene di colpi scena e di trovate goliardiche ma allo stesso tempo così di classe che sarà difficile non piegarsi di fronte a "ssì tanta defi(magnif-)cienza". Se Elio lo dice "a suo cuggino", i Runi "fa puzza fa puzza fa puzza fa pu" più del nano della pubblicità (...che a scanso di equivoci, voglio ricordare che non sono io!). Un disco splendido ed uno dei migliori gruppi live tutt'ora in circolazione... La Vittoria Della Sconfitta.

Raro
Tonino Merroli
A vedere l'immagine di copertina sembrerebbe l'ennesimo combo hip hop in cerca di visibilità nell'affollato panorama nostrano. Niente di tutto questo, invece! I lombardi Runi sono in attività da più di dieci anni e, anche se non li conoscono in tanti, hanno un sound molto personale che non ha uguali sulla scena nazionale. Forse solo l'ironica filosofia di fondo che traspare dai testi delle loro composizioni può farli paragonare a grandi esponenti del rock demenziale come gli Skiantos ma le architetture sonore, ai limiti della sperimentazione, che contraddistinguono anche i brani presenti in questo nuovo cd omonimo sono del tutto personali. Non si pensi ad un album di difficile ascolto ma, al contrario, ad un'irriverente combinazione di suoni e parole che lascia spiazzato l'ascoltatore, mai come in questo caso incapace di intuire dove i nostri andranno a parare. E così si passa facilmente dal funk al rock più duro senza dimenticare intrusioni elettroniche, melodie infantili, sghembe ed allo stesso tempo mature (come accadeva, azzardando un paragone forse irriverente, al grande Frank Zappa). Insomma, l'album che non ti aspetti e che ti rincuora sulla situazione del rock nostrano. Tanto di cappello alla Wallace, etichetta che non manca di proporci personaggi che una volta avremmo definito alternativi, in grado comunque di comunicare in maniera personale, come i Runi.

Kathodik
Vittorio Lannutti
Gli anni passano i membri se ne vanno, ma i Runi restano e come il buon vino, invecchiando, migliorano. Vi assicuro che non sono stato mai un amante dell'elettro-dance, ho frequentato poco le discoteche, e ho sempre preferito quelle che mettevano rock. Tuttavia quest'ultimo lavoro dei Runi mi affascina. Già, perché apparentemente è tecno-rockdance, ma nasconde una base rock ed un'energia incredibili. Il trio, già perché dal precedente "Fula fula fular" hanno perso un altro membro, utilizza una chitarra, una batteria, qualche volta il basso e soprattutto il sintetizzatore. E si sente! I titoli dei loro brani come sempre sono ironici e oltre il demenziale, a partire dal primo brano, grammaticamente impossibile "L'uomo che morisse due volte". I brani sono quasi tutti strutturati sulla base del sintetizzatore che, quasi sempre, copre l'intero sound, anche se quando entrano chitarra e batteria, il noise non lascia indifferenti. Jesus Christ sugostar, infatti, ha l'originalità di presentarsi con un noise ed un cantato in falsetto, che nella seconda parte lasciano spazio all'esplosione. L'uomo che morisse due volte, invece, ha un attacco kraut ossessivo ed il trio dimostra così di saper interpretare la direzione che ha preso la musica contemporanea con i suoi rimescolamenti ed eterni ritorni musicali. In tutto questo bailamme non poteva mancare il p-funk, nella confusa Il ballo del quaquaraquà o il post-punk minimale in salsa Joy Division di Pitoni a Miami. Un disco che spiazza quest'ultimo lavoro dei Runi e che è allo stesso tempo molto intrigante.

Audiodrome
Giampaolo Cristofaro
E rimasero in tre. Per anni in formazione a quattro, prima ancora in sei, in cinque e ora, a tener alta la fede R.U.N.I., ci sono Fabio, Daniele e Roberto. Ed è una fede solida e a cui fa bene convertirsi nel caso già non la si professi. Il successore di Fula Fula Fular mantiene intatta la spinta iconoclasta e votata al sarcasmo d'assalto che si annida da sempre tra le coltri di synth che caratterizzano i pezzi del gruppo di Ipercapnia In Capannone K. Accentuata e ancora più raffinata la capacità di saper cambiare pelle di pezzo in pezzo, senza perdere personalità. Un angosciante ma piacevolissimo pulsare motorik corredato da corrosiva critica sociale innerva "L'Uomo Che Morisse Due Volte", pulsare che prosegue e prende corpo rock in "Pranzo Da Dio". Enfatica e martellante, "W" rimanda a certi Oneida elettronici, funky in acido cantato in siciliano "Il Ballo Del Quaquaraquà", una furia da Lightning Bolt con le tastiere al posto del basso apre "Afrofrate Di Fretta", per poi adagiarsi nervosa in una catarsi tra noise e post-rock, prima testimonianza di un'apertura ad atmosfere più dilatate rispetto al solito, così come avviene anche nella scheggia electro anni '80 di "Pitoni A Miami", dinoccolata e strisciante. Viscerale "Albero", catrame radioattivo "Jesus Christ Sugostar", preamboli per l'escursione sotto codeina da slowcore visionario di "I-205 In Ascona", cantata da Mae Starr dei Rollerball. "Mizzica! Tu Mozzichi!" avanza claudicante, con la bottiglia in mano e con lo sguardo allucinato ma sorridente. Resistono alla grande i R.U.N.I. e meno male.

Il Tirreno
Guido Siliotto
ono rimasti in tre, questi "Resti umani non identificati". In pista dal '94, sei album alle spalle, giungono al settimo con la verve dei ragazzini. Picchiano ancora più sodo, anzi, e urlano a squarciagola il proprio nome: "RrrrUuuuNnnnIiii". Ci poteva stare pure un punto esclamativo: basta ascoltare l'incipit di questo nuovo lavoro, per immaginarsi tutto il sudore versato in sala di registrazione. Come al solito, con la band di Cernusco Sul Naviglio le chiacchiere stanno a zero: si tratta di una delle migliori formazioni italiane, peggio per chi non li ha mai visti dal vivo. Da un punto di vista musicale, cresce l'aggressività: il piglio si fa ancora più arcigno che in passato, la sezione ritmica martella che è un piacere, la chitarra sfida le tastiere. E i testi, come al solito, con le parole giuste al posto giusto, descrivono con ironia e un pizzico d'amarezza la condizione umana del non più giovanissimo "figlio della DC".

InScena
Italo Rizzo
I R.U.N.I. hanno sempre messo a dura prova i loro ascoltatori: lunghi intermezzi fra un disco e l'altro, la fuga da velocisti rispetto alle definizioni di genere (post? Rock? No-wave? Musica demenziale?), la geniale incomprensibilità dei testi (in realtà giocose invenzioni linguistiche) e soprattutto l'invidiabile equilibrio fra cantabilità e struttura free form. Questo disco (coprodotto da otto etichette) segue il mini di due anni fa e segna l'esordio della formazione a tre: Fabio, Roberto e Daniele credono nel gioco di squadra e fanno di necessità virtù. In assenza di un bassista, infatti, dirigono le musiche verso articolate composizioni kraute dai ritmi circolari e degne dei Trans Am (ottime in questo senso L'uomo che morisse due volte e Pranzo da Dio), maratone per ballerini storpi (Afrofrate di fretta), passaggi strumentali dallo spazio profondo (Pitoni a Miami è pura kosmische musik) e sgambetti al noise made in Usa (Jesus Christ Sugostar). Sorprende un episodio come I-205 in Ascona, cantato da Mae Starr (Rollerball), tentativo non riuscitissimo di cambiare clima facendo un po' il verso all'elettronica "povera", una pausa dai ritmi frenetici del resto dell'album. Materiale per soddisfare i seguaci del culto runico ce n'è, e chi non li ha mai ascoltati potrà avvicinarsi fiducioso, poiché la demenza del terzetto è congenita e contagiosa: musica italiana per il terzo millennio, chissà che ne penserebbe Ratzinger?

All About Jazz
Luca Pagani
Arrivati al quinto album (dal titolo autocelebrativo) per la milanese Wallace Records, etichetta che lo scorso anno ha festeggiato i 10 anni dalla fondazione, i R.U.N.I. sono in ballo dal 1994 a proporre il loro rock, sempre istantaneo, semplice, ironico e tragicomico. La band, che tra la registrazione e la pubblicazione di un disco e l'altro, ha sempre corso l'Italia con instancabile fatica, anche questa volta fulmina l'ascoltatore con la prima sequenza di brani. "L'uomo che morisse due volte" inizia con qualche attimo di fruscìo, sezione ritmica, e subito dovremmo alzare la leva del volume, per prendere sul petto il beat che lancia un ponte tra il kraut rock e gli Oneida. Il testo è molto semplice, esageratamente semplice: scappati fuori dalla vita, dalla società contemporanea, un messaggio di astensione, non violenta, dai meccanismi. La semplicità, pulita, del suono, della melodia, del testo è l'estetica di questo album. "Pranzo da dio" è un rock che ancora ci ricorda le visioni aeree degli Oneida, per via delle tastiere, del tempo del brano nitido, il giusto "tiro". Tutt'altro ascolteremo ne "Il ballo del quaquaraquà," una canzone di leggerezza e felicità, con un coro dal testo incomprensibile, in siciliano. E' divertente scoprire tra le tracce differenti percorsi, differenti richiami alla musica rock, come la scurezza (sonora) inaspettata di "Pitoni a Miami," un brano che sembra esserci spedito da Closer dei Joy Division, la batteria elettronica, la ripetizione di quattro note, consegnate all'infinito. Tuttavia, questo riferimento ci risulta tutto sommato parziale in quanto, sul finale, compare come dal nulla una chitarra "nuova," contemporanea, che immediatamente - ma lentamente - sparisce. Ancora vintage è "I-205 in Ascona," con la voce di Mae Starr dei Rollerball. Il suono gira su di sé in un blues scuro, impenetrabile, materiale. Il finale del brano, stacca di colpo l'ascoltatore, che ritorna sui suoi pensieri. Poche, tra le rock bands italiane, hanno ancora voglia e forza come i R.U.N.I. di fregarsene delle estetiche "patinate" del rock, dell'immagine codificata della musica rock, e delle sue, talvolta, stupide convenzioni. Minuti di spensieratezza, necessari. P.S.: in realtà, l'album è stato prodotto grazie alla cooperazione di più etichette italiane, tra cui, la succitata Wallace Records, Bar la muerte, Burp, Musica per organi caldi, Megaplomb, MGS, Brigadisco, Il verso del cinghiale.

Solar Ipse
Loris Zecchin
Se avete già letto l'intervista ai Vonneuman che compare in questo numero, vi ricorderete forse del discorso sul "pubblico dei generi". Bene, un valido esempio di quanto andavamo dicendo potrebbero essere proprio i R.U.N.I. , fuori campionato da sempre a causa del loro patchwork sonoro bizantino e senza puzza sotto il naso. Troppo sgraziati e goliardici per i kids dell'avant-noise-rock, troppo malvestiti e inclassificabili per il fighettume del Miami. Non so se sia una sindrome tutta italiana o un fenomeno esteso anche ad altri paesi - magari in forma meno aggressiva, resta solo da sperare in un'inversione di tendenza… il power trio milanese per il suo settimo rendez-vous su disco si rimbocca le maniche e snocciola dieci episodi di autentica goduria sonica. Non starò qui ad elencarvi le centinaia di suggestioni che rimandano a questa o quell'altro gruppo, ma bensì farò un unico esempio - nella speranza che centri il bersaglio. Il surfismo anale dei Butthole Surfers, come l'avevamo interpretato i Brainiac, che si mette in affari con James Murphy Lcd Soundsystem. Vi par poco? Si? Allora, aggiungo pepe trascrivendo di seguito un paio di titoli: Jesus Christ Sugostar, L'uomo Che Morisse Due Volte, Mizzica! Tu Mozzichi! Adesso va meglio?
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