Latex Duellos

Band: Pin Pin Sugar
Title: Latex Duellos
Catalog: MPL002 / BAR22
Released: febbraio 2003
Format: CD
Packaging: digipak
Tracks: 36
Running time: 36'00"
Distributed: Venus

Tracklist
1 Schnauzkrampf (0:07)
2 Schnauzkrampf (1:27)
3 Schnauzkrampf (0:04)
4 Schnauzkrampf (0:59)
5 Schnauzkrampf (0:04)
6 Schnauzkrampf (0:34)
7 Stinco (0:05)
8 Stinco (2:09)
9 Stinco (0:21)
10 Istamina (0:39)
11 Istamina (0:15)
12 Istamina (0:38)
13 Istamina (0:14)
14 Istamina (0:30)
15 Deus Sive Natura (0:15)
16 Deus Sive Natura (0:06)
17 Deus Sive Natura (0:23)
18 Deus Sive Natura (1:21)
19 Deus Sive Natura (0:22)
21 You Have No Shrimp (0:55)
22 You Have No Shrimp (1:32)
23 Fishpool (0:14)
24 Fishpool (0:41)
25 Fishpool (2:20)
26 Fishpool (0:06)
27 Fishpool (2:09)
28 American Blend (2:16)
29 American Blend (0:29)
30 Elisir (0:49)
31 Elisir (0:50)
32 Elisir (1:12)
33 Elisir (1:27)
34 Elisir (1:56)
35 Elisir (0:07)
36 Elisir (2:42)

Press
Presskit
Technical rider
"Latex Duellos" press kit
"Latex Duellos" cover (300dpi)
Photo (col. 300dpi)

Pin Pin Sugar

Latex Duellos

CD MPL001 2003

Voraci ed incoscienti, i Pin Pin Sugar sembrano fare tesoro degli stimoli con cui vengono a contatto trasformandoli sempre in qualcosa di nuovo. Ecco allora nascere questo Latex Duellos, un vero e proprio mondo con regole a sé, 36 tracce per 36 minuti, 36 episodi da rimescolare a piacere (o random), dove le improvvisazioni sembrano avere un ordine e le ritmiche dispari invece che rigide appaiono sbilenche. Un paesaggio da apocalisse semiseria, di sarcasmo luciferino, di veleni che non hanno antidoto, ma poco importa...
Allo scarno set del power trio si aggiunge qua e là Jacopo Andreini (Enfance Rouge, Bz Bz Ueu, Nando Meet Corrosion, OvO, e-Neem, Ronin...) che oltre al sax ed alla sua pocket trumpet riesce a suonare anche una cannuccia da bibita… Così come non mancano saz turchi, radioline difettose, ferraglia percossa e certe aperture di elettronica pseudo-ambientale ad allargare il respiro del disco, rendendolo un discorso tortuoso che non si adagia mai sulle sue certezze, che balbetta, si ricrede, cambia discorso, si distrae e… di cosa stavamo parlando?
Parte dell’apporto elettronico è opera di Attila Faravelli (Lab, Cods) responsabile anche della registrazione e del mixaggio. E quando la musica non basta si palesa una voce, che abbozza quadretti assurdi, snocciola disilluse lamentele o arringa la folla. Il tutto in un packaging ricco di simboli, postmodernità e cibo nostrano.

reviews

MUCCHIO SELVAGGIO
Loris Furlan
Pin Pin Sugar, un nome bizzarro come uno sberleffo dietro al quale non si cela la marca di un bubblegum, bensì un terzetto milanese e il proprio armamentario di caustiche e nervose schegge sonore che nulla hanno di edulcorato e di americano. Non fatevi intimidire dalle trentasei tracce (per trentatrè minuti e mezzo) che il vostro lettore CD, non ancora rincitrullito, vi indicherà: è semmai un segnale di una propensione, al contempo giocosa e sovversiva, con la quale sono state tagliuzzati dagli indici quelli che sono in effetti i nove brani con propria relativa autonomia e coesione. Nove brani o trentasei tracce poco importa, quando il suono si fa debordante, improvvisativo delirio di incursioni free-jazz-core, schizoidi oblique geometrie match-rock striate appena di intrusioni elettroniche (con il contributo di Attila Faravelli, chi si ricorda dei Lab?), con l'onnipresente (e coerente) Jacopo Andreini ad aggregarsi sferzando frenetica energie e attitudine no-wave con sax, tromba e cannuccia (sì, proprio una cannuccia da bibita).
Da "Schnauzkrampf" è tutto un sormontarsi incalzante di tempi dispari e fraseggi esasperati (quanto lucidi) che deviano da binari mai rassicuranti appena intrapresi, sovente deragliano accartocciandosi in fragori noise, di rado si placano in malsana ipnosi a tinte jazz o in inquietanti digressioni elettroniche ("Fishpool", "Elisir"). Pin Pin Sugar consanguinei degli Zu o come dei Ruins in salsa urbano-meneghina? Ma chissenefrega dei riferimenti, accogliamo con entusiasmo questo "Latex duellos" come la più travolgente, morbosa, anarcoide ventata rock di questo inizio di 2003 italiano.

ALL MUSIC GUIDE
François Couture
Sometimes you land on an album that makes you want to scream in pure pleasure. Pin Pin Sugar are a trio of Italian mad rockers. Call it math rock, jazzcore, avant-something, these guys can rock your socks off and puzzle you in no time. Their full-length debut Latex Duellos features 36 tracks in as many minutes -- a trick, as there are only nine songs ludicrously split into tiny parts. A guitar/bass/drums power trio, Pin Pin Sugar stole The Ruins speed and complexity, but eschewed the theatrical vocals of Tatsuya Yoshida, preferring instead to infuse the music with a dose of Italian nuttiness one could trace back to avant-jazzman Pino Minafra, although Bz Bz Ueu hits closer to home. Ne Zhdali, Forever Einstein and early Primus also offer good if incomplete comparisons. Supporting drummer Franz Scardamaglia, bassist Chet Martino and guitarist Nicola Ratti (who also makes a couple of inconclusive vocal attempts) on a few tracks is Bz Bz Ueu¹s sax player and all-around crazyman Jacopo Andreini. The group¹s favorite modus operandi consists of throwing at your face a fast, angular riff, then turn it inside out, open it to free improvisation or sonic experiments (electronics in Elisir) and finally recap in double speed. It¹s exhausting, irresistible and strongly reminiscent of the muisic avant-prog labels like Cuneiform and Rec Rec used to put out in the O90s. This co-release from two Italian labels (Bar La Muerte and Megaplomb) may prove difficult to find, but it comes highly recommended nonetheless.

SODAPOP
Andrea Ferraris
Era già da un po' che il nome dei Pin Pin Sugar faceva capolino in mezzo alla mia posta elettronica, vuoi in occasione di un concerto, vuoi in occasione del CD di remix dei R.U.N.I.; rimane il fatto che il nome dei brianzoli non mi risultava nuovo. Avevo già avuto delle avvisaglie del genere proposto in occasione della loro partecipazione al festival free-jazz di El Paso, e finalmente eccomi qui pronto ad assaggiare il loro esordio. Se free-jazz per voi è sinonimo di roba astrusa, barbosa e forzatamente cervellotica, nulla di meno appropriato per i nostri "lumbard", che hanno verve e gusto quanto basta per non annoiare nessuno. Se è vero che qualche episodio di Latex Duellos può suonare ancora acerbo, tutto il lavoro invece non fa mistero di un carattere spiccato. Trentasei tracce che si dividono in nove temi, qualcosa che per certi versi ricorda un po' la forma dei Filmworks di Zorn, un jazz-rock nervoso, elaborato e qualche eco "post" (rock?) nella chitarra che non guasta mai. I Pin Pin oltretutto ogni tanto si prendono anche il lusso di cantare e, che ci crediate o no, qualche traccia sorprende per il risultato (Deus Sive Natura). Grafica semplice ma di effetto, buona registrazione, ospiti illustri come Jacopo Andreini (in questa occasione nelle vesti di sassofo-trombettista) ed una vena ironica stile R.U.N.I. che dissimula delle doti per cui i vostri amici del conservatorio si sentirebbero in dovere di camminare a mezzo metro da terra. Un esordio più che buono ed un ottimo biglietto da visita per il futuro. Ragazzi miei, Bar La Muerte ultimamente è in un notevole stato di forma, che il segreto sia nascosto fra i "dread" di Dorella?

EVOL
Luca Confusione
Nuovo anno, nuovo calendario, nuove uscite per Bar la Muerte e Megaplomb (Toh! Nuova anche questa), primo cd per i Pin Pin Sugar che dall'hinterland milanese dopo partecipazioni, collaborazioni (anche come re-mixers\ri-manipolatori su La Zuccha polmonate dei R.U.N.I.) e concerti (anche con Flying Luttenbechers) fanno il primo passo verso un'invasione ragionata e pianificata di padiglioni auricolari attenti e desiderosi di proposte non identiche a quanto già sentito nel vecchio. Latex duellos è un ottimo insieme di quanto i nostri tre riescono a mettere insieme in suono: ci sono atmosfere jazz che copulano con strutture post (e rock, rock ce lo vogliomo mettere?), sgambettamenti ritmici e a-ritmici, pensieri noise, asso-dissonanze e free-form come base concettuale. Anche interventi vocali con testi deliziosamente automatici. Come se gli Zu si presentassero sul palco smagriti, con un pacco di appunti, foglietti, schemi e direttive da seguire per poi dimenticarsene in parte o in toto. Oppure un Paolo Conte coadiuvato da agitatori, disturbatori che gli ronzano intorno e alla fine lo prevaricano usandolo come strumento ritmico, lui e il suo pianoforte. Se quanto detto finora non bastasse mettiamo anche la babele timbrico-ritmica in cui si aprono certi brani, il fatto che i titoli degli stessi siano cumulativi per una serie di frammenti(situazionismo anche qui?), l'uso ritmico di un radio tuner, l'intervento di sax tromba e cannuccia sonora di Jacopo Andreini, gli electronics di Attila Faravelli. Non vorrei che quanto detto finora venisse, infine, sintetizzato e\o etichettato come scherzo fine a se stesso, auto-masturbazione cerebrale o abbaglio del sottoscritto. I Pin Pin Sugar intrattengono, raccontano e ci sanno far saltellare per tempi dispari e spirali, ascoltatevi i 5 frammenti che compongono Fishpool e fate sbatacchiare anche voi il cervello. A ritmo mi raccomando.

SUCCO ACIDO
Danilo Boh!
Questa recensione è un racconto breve o un breve racconto oppure…

Introduzione e nota dell’editore: i Pin Pin Sugar bazzicano nelle periferie di Milano già da diverso tempo…hanno pubblicato due mini CD autoprodotti che mostravano le evidenti potenzialità del gruppo. Del primo segnalo tre brani (Cervello di gallina inchioda zucchero, Chevrolet, Chettary) che recano subito il marchio della voce strafottente di Nicola Ratti, uno schiaffo alla quotidianità urbana…la chitarra dello stesso si divide tra riff corrosivi in contrappunto al basso e semplici ma efficaci armonie di stampo jazz. Il basso e la batteria sono in perenne lotta fra di loro…Chet Martino (basso-slapper omicida!) ci angoscia con la sua martellante pulsazione sonora…la batteria di Franz Scardamaglia completa degnamente la stato comatoso dei tre, senza sgarrare dalle linee: se i Police facevano "Regatta", i Pin Pin Sugar fanno sicuramente "Jazzatta". Consiglio la richiesta di questo Ep ai fautori del misfatto…

Capitolo 1-2-3-4-5-6 Schnauzkrampf: l’entrata è un trionfale accordo pianistico degno del miglior krautrock tedesco, come del resto la chitarra in stile iracheno pronta a sgozzare il marines di turno…

Capitolo 7-8-9 Stinco: un felice intermezzo-relax con scambio allucinato di chitarre lasciate al loro destino di accordi pieni…una fuga di basso assolutamente parsimoniosa, se non geniale nei suoi approcci ammiccanti con la chitarra…

Capitolo 10-11-12-13-14 Istamina: l’input del sax mi riconduce alla tensione di suoni liberamente abbandonati alla vena ironica del gruppo…la voce sempre impeccabilmente al suo posto, senza scassare le balle come fanno certi gruppi nostrani che sembrano aver scoperto l’acqua calda, perfetto compendio alla musica sghemba del gruppo…

Capitolo 15-16-17-18-19 Deus Sive Natura: il sax di Andreini mi ricorda alcune fasi dell’avventura sonora di David Jackson nei Van Der Graaf Generator (magari lo sto offendendo…ma a me piacciono moltissimo), cosa che rende questo scorcio sonoro un intro spiazzante per la voce-megafono di Nicola Ratti, per la ritmica semplice e complessa di basso e batteria, un pezzo molto esistenzialista…a giudicare da quello che ho capito dal testo…

Capitolo 20 Bei: Ancora il sax in primo piano, con stacchi da krautrock, basso e chitarra vigorosamente d’accordo nel rendere il pezzo un divertissment in collaborazione perfetta con la batteria impeccabile del Pin Pin…

Capitolo 21-22 You have no Shrimp: grande overture collettiva, veramente un capolavoro armonico-ritmico…il sax è quasi disperato nel dover seguire quei tre pirati sonori…

Capitolo 23-24-25-26-27 Fishpool: capolavoro indiscusso del PinPin-lavoro, un riff che strappa applausi e pogo a scena aperta…lo conoscevo dai tempi della loro calata abruzzese, quando i tre furono protagonisti di una rassegna musicale pescarese…Chet che detta il colpo sul pesce, canto onomatopeico asincrono, radio-tuning-murene incazzato, break psiche-deviato-fritto, riff-fishpool di chiusura a ricordarci che il massacro di pesci non è terminato…

Capitolo 28-29 American Blend: Altro radio-tuning per introdurre un inseguimento urbano di strumenti alla ricerca della conferenza stampa più acclamata del nuovo millennio…

Capitolo 30-31-32-33-34-35-36 Elisir: Elisir di lunga vita…un attimo di pausa…neo-chitarre armonicamente interessanti…lasciate al libero sfogo del proprio cervello…l’incursione finale dell’elettronica è forse una promessa sul futuro…magari un giusto incrocio tra analogico e digitale per nuove interessanti sorprese…

Epilogo: Bar La Muerte ha fatto un buon acquisto…les hommes mechaniques alla Ferdinand Legèr della copertina ricalcano appieno la sghemba struttura delle composizioni dei Pin Pin Sugar, un duello tra costruzioni labili e sempre ad un passo dalla rovina, contro qualcosa di insondabile che tutti i compositori devono affrontare per plasmare la materia sonora…

ALTERNATIVE-ZINE
Rani Zager
Probably taking their name from a Sneaker Pimps song , only dropping the "S" before the "PIN" , these Italian psychos have nothing to do with sugar coated trip hop. With 36 songs , clocking at 36 minutes, Pin Pin Sugar delight us with their tasteful interpertation of the outgrowing prog-core scene.
Prog-core , not neo-prog, there's a difference.While bands from both these sub genres of progressive rock listened to a lot of King Crimson and Pink Floyd , the prog-core bands were and still are open minded and don't delimit themselves with only virtuosity and technique.That's why you'll have trouble finding similarity between Marillion and Flying Luttenbachers , for example.The prog core bands are more willing to experiment and are not ashamed to drag their influences from basic and simple three chords hard core/ punk as well as from monstrous progressive acts like Magma.In a way , the current prog-core scene is making big steps by keeping the true spirit of the Recommended/Rock In Opposition scene that was one the most important scenes of avant garde music in the 70's and 80's.
Pin Pin Sugar kick off with a Slint like opening before a groovey bass line in the vein of Tony Levin, inject some structure to the chaos. Before you know it, you've already reached track 8 , mainly because this album is like a one long jam , that almost never complete a full stop , but rages with Pin Pin Sugar's endless improvisations and breaks of the beat. The melodic parts here are beautiful as well , but they are being crushed and twisted by totaly accurate and disharmonic guitar parts and a wild saxophone.One of the greatest tracks here is the last one. It appears after almost 2-3 minutes of complete silence , and it has the feel of idm track ,but it's played by the organic instruments that took part in this recording , with no electronic gadgets.This track is short and brilliant and it's only a tiny microcosm to prove this whole album to be a solid mathematical rock achievement.

IL TIRRENO
Guido Siliotto
Pin Pin Sugar è un trio milanese dedito a miscelare improvvisazione jazz, ruvidezze noise e rock asimmetrico, come nella tradizione di gruppi quali Ruins e Victims Family. "Latex Duellos" (Bar La Muerte / Megaplomb) è l'album d'esordio, caratterizzato da un impianto sonoro godibile e dal forte impatto. Curiosa la struttura del cd, suddiviso in nove capitoli a loro volta ulteriormente scomposti in schegge suonabili secondo un ordine diverso oppure in modo del tutto aleatorio con l'uso del pulsante "random".

L'AVOCETTA
Diego Dal Medico
“Latex duellos” è una prova di forza e di volontà con cui i vulcanici Pin Pin Sugar racchiudono il loro mondo spigoloso e asincrono, geometrico solo nella suddivisione dei brani: 36 in 36 minuti! Precisi e millimetrici nei ritmi dispari fino a confonderti, tanto che in un brano ho dovuto accertarmi che non fosse il mio lettore a saltare come succede con la puntina del giradischi, risultano totalmente anarchici nella creatività e nell’improvvisazione. Ma una volta entrato nel loro territorio e imparato a districarti nella selva di riferimenti, puoi cominciare a salire su una collina chiamata King Crimson e guardarti attorno per vedere se scorgi quel genio nevrotico di Robert Fripp ed invece ti imbatti in Fred Frith che ti dice che gli Henry Cow non sono morti del tutto e ti indica in lontananza il grande mare della musica eterodossa.
E allora giù a scapicollarti con il rischio di farti anche male, chiedendo ai Primus se sei nella direzione giusta e poi fermandoti poi un po’ alla Knitting Factory a rifocillarti per tirare il fiato. Quando sei in vista dalla spiaggia vieni travolto dalla tempesta noise che l’apporto elettronico del quarto uomo Attila Faravelli ha scatenato per i curiosoni molesti e barcolli tra radioline difettose, ferraglia percorsa e gatti incazzosi che ti graffiano i polpacci. Ma la tua volontà è tale che vuoi arrivare a tutti i costi e così ti catapulti con la disperazione del naufrago sulla battigia di un mare lattiginoso, sperando non saltino fuori i fantasmi inconsci di Solaris. Hai ancora il cuore che martella quando ti senti battere alle spalle e ti ritrovi di fronte un John Cage in una mandorla di luce, sorridente e immerso nel silenzio totale della penultima traccia del cd. Vorresti chiedergli il perché di tutto questo, ma lui ti anticipa additandoti tre figure che si avvicinano. Sono loro! I Pin Pin Sugar! Chet Martino con il basso a tracolla, Nicola Ratti ancora con il plettro fumante e Franz Cardamaglia che fa numeri da circo con le bacchette. E quando ti arrivano ad accerchiare non ti resta che accettare la realtà a testa china: “Latex duellos” è bellissimo!

FREAK OUT
Vittorio Lanutti
Ritmi sincopati e jazz schizofrenico, questa è la musica dei Pin Pin Sugar. In italia ha sempre avuto un enorme valore il free jazz di Area e Frank Zappa e poi con le influenze di altri gruppi più o meno vicini al genere, sono nati vari gruppi che portano avanti questo discorso musicale. "Latex duellos", disco d'esordio dei Pin Pin Sugar, esprime al meglio quel jazzcore di cui in Italia sono alfieri gli Zu e all'estero No Means No, Dillinger Escape Plan e ovviamente John Zorn.
Quasi tutti i brani sono strumentali e le 36 tracce hanno una durata che varia dai sei secondi ai tre minuti. In brevissimo tempo, quindi il combo, formato da Franz Scardamaglia alla batteria, Chet Martino al basso, Nicola Ratti alla chitarra e con la partecipazione di Jacopo Andreini a sax e tromba e Attila Favelli ai suoni elettronici, dimostra di essere capace di martellante psycho funky o di fraseggi chitarristici, fino all'umoralità jazz.

BOSOUND
Luca Tommasini
Il disco d'esordio dei Pin Pin Sugar e' assolutamente un grande disco e non solo perché è Italiano ma bensì perché è un disco fatto/suonato/distribuito senza paura , il suono è molto difficile ma se si riesce a superare il trauma linguistico strutturale non linguistico (cantano poco e solo se hanno qualcosa da dire). Latex duellos e' già in partenza un disco atipico essendo diviso in 36 traccie anche se poi in realtà sono 9 mini-suite (?) suddivise in micro-movimenti da suonare , come consiglia il gruppo anche in modalità random (casuale) così da riarrangiare nella caualità tutti i brani del disco in un un'unica suite impossibile e scriteriata (provare per credere!!).
I generi che va a lambire il gruppo nella sua "ignoranza" (lo dicono loro quindi io lo ripeto) sono molti dal suono dei Primus agli Laddio Boloko ai Don Caballero al Jazz più sperimentale e fuori dalle righe ma con un'attitudine assolutamente divertita e divertente (uno di quei gruppi che dal vivo possono non piacere ma sei sicuro di divertirti).Il gruppo oltre al trio basso batteria chitarra innesta nel gruppo Jacopo Andreini al sax e alla tromba (già con Arrigton De Dyonisio dei Old Time Relijun in un disco free) che a modo suo porta il suono del gruppo ancora più avanti.
Pezzi come "Istamina" o "Fishpool" (per citare due a caso) si muovono fra tempi dispari , implosioni , esplosioni e una dinamica in continuo movimento. Imperdibile per gli ascoltatori più temerari , inascoltabile per l'ascoltatore ottuso o poco allenato.

ROCKIT
Benedetto Delle Piane
Che questo “Latex duellos” non sia un disco ‘facile’ lo si intuisce subito: in primo luogo per le 36 (si, si… sono proprio trentasei!) tracce, suddivise in 9 ‘movimenti’, e anche per le referenze che precedono il disco stesso. In special modo, per ascoltatori assuefatti a sonorità più orecchiabili, l’ascolto dei Pin Pin Sugar può risultare difficoltoso, anche perché le strutture storte e i tempi dispari costringono a concentrarsi sul dischetto che gira come impazzito nel lettore, saltabeccando da sprazzi del più free dei viaggi stellari di Sun Ra, a brani cantati dall’approccio decisamente più punk (nell’attitudine e nei suoni).
Proprio il periodo d’oro del free-jazz sembra essere il punto di partenza del trio milanese, che raccoglie anche altre eredità dei nostri tempi, incluse reminescenze elettroniche, smontando e riassemblando il tutto in un calderone di sonorità disparate e ritmi instabili, seguendo un’alternarsi di ritmi più serrati e più distesi, di vuoti e di pieni. Questa forte mescolanza si avverte non solo nella struttura (o non-struttura) dei brani, ma anche nelle scelte timbriche espresse dagli strumente, sicuramente più care al rock che non al jazz (distorsioni, slap, ecc.).
I legami di parentela più stretti che mi sembra si possano attribuire ai Pin Pin Sugar sono probabilmente con gli Zu, per restare in casa nostra, e con i Mr.Bungle di Mike Patton, facendo del jazz la più esplicita, ma certo non l’unica, tra le numerose influenze, e finendo col posizionarsi sostanzialmente ‘in mezzo’ a queste forme musicali d’avanguardia.
Sicuramente un disco molto interessante, che rigira più volte le carte in tavola nel corso dell’ascolto, lasciando un’idea di mutazione, ma contemporaneamente un disco non facile, e apprezzabile per lo più da un pubblico che abbia già confidenza con questo tipo di sonorità.

BLOW UP
Massimiliano Busti
Schegge di math rock, jazzcore e noise compongono la musica di "Latex Duellos", ricca di dissonanze e tempi dispari, non lontana da alcuni passaggi di Ruins, Don Caballero, Victims Family e contaminata da scorie di "rock in opposition". La composizione dell'album è anomala, scorporata in nove blocchi che al loro interno racchiudono un totale di trentasei moduli di frenetico punk/jazz da riassemblare secondo il personale gusto dell'ascoltatore.
L'idea di stemperare l'evidente complessità dell'intero impianto trasformandolo in una struttura "aleatoria", lenisce così la sensazione di eccessiva rigidità che pervade il suono dei Pin Pin Sugar, impressione suffragata anche dall'idea che il gruppo abbia ancora bisogno di conseguire un'identità ben definita, scevra da qualsiasi modello di riferimento.

ZERO2
Luca Freddi
Il terzetto milanese dei Pin Pin Sugar boccheggia nel capoluogo grigio lombardo. Poi torna tra le mura domestiche e parte all'arrembaggio producendo schegge ritmiche incanalando fuoco e fiamme in un pentolone jazzcore. Tutto è contaminato, anche le loro sensibilità poco allineate. Dentro ci sguazzano per 33 minuti divertimenti musicali, tempi disparati e dispari, simmetrie asimmetriche, meandri di non convenzionale jazz che cade negli abissi rumoristici noise, con il ritmo che si gratta la schiena su spigoli e fa le piroette su basso, chitarra e batteria.

KATHODIK
Marco Paolucci
La notizia è questa: novella formazione milanese che incide per l’etichetta Bar La Muerte di Bruno Dorella il suo album d’esordio intitolato ‘Latex Duellos’.
Uno lo legge e pensa a chi sa che astrusa composizione transgenderica mutante obnubilante etc. etc. Uno lo ascolta, come è capitato fortunatamente a chi scrive, e si rende conto che anche a casa nostra il linguaggio do it yourself si è capito e si continua a capire e a ben eseguire, grazie a chi vi pare. L’ascolto è ambrato, velatamente di colore rosso grazie alle uve di prima spremitura sapientemente pestate sia sulle pelli che ai fiati; all’assaggio il retrogusto jazzato non stona ma si incastona con il math-post-rut- rock ( finiamo le definizioni e non pensiamoci più) che fa da cornice all’opera di altro lignaggio e di cantina famosa e antica anche se ultimamente le alluvioni sapete…
Scherzi e sollazzi a parte questo disco è: un patchwork di trentasei pezzi in trentasei minuti; una composizione che non si capisce quando finisce un pezzo e quindi applaudire e quando ne ricomincia un altro e quindi smettere di applaudire (tranquilli potete leggerlo sul cartoncino del cd); un continuo suonare e risuonare non convenzionale di strumenti quasi convenzionali (vedi cannucce) tranne i penultimi due pezzi di silenzio cageano (è l’unico riferimento che mi viene in mente), e la chiusura in bellezza della sarabanda commissionata ad una fiera di strumenti giocattolo registrati in presa diretta. Mettiamoci anche la formazione, composta da Chet Martino al basso, Nicola Ratti alla chitarra, Franz Scardamaglia alla batteria, Jacopo Andreini ai fiati (le cannucce di cui sopra e vari sax ed eventuali), Attila Faravelli come fonico; il genere musicale definito sopra con aggiunto una sana voglia (io ce la vedo, voi sentitelo e se non ce la vedere significa che dovete cambiare i padiglioni) di divertirsi suonando e travisando, ripetiamolo per chiarirlo anche a noi stessi, jazz con venature hardcore ma con tocco piumato, post rock dislessico, elettronica da isola ecologica incrociata con un negozio di giocattoli, altro, boh?. Finiamo la recensione augurando lunga vita alla confusione (riferimenti a redattori kathodici o persone è assolutamente casuale).

SLIPPY TOWN
Precision skronk and heavily angled not-jazz from a rippin' Italian trio of guitar, bass, and drums (plus sax and electronics added on a couple tracks). Mostly instrumental, with some well-placed rock-like vocals, feels like the mutant chillen of Don Van Vliet and Robert Fripp turnin' this stuff into delectable almost kinda sorta pop music. Super slinky guitar spasms leap outta weird time changes worthy of a few real head scratches. Feels like another train to loveland, kids. Yeah.

SENTIREASCOLTARE
Stefano Solventi
Avete preso nota dei nove pezzi dichiarati dalla track-list? Bene, scordateveli, perché in realtà sono 36, altrettanti frammenti sonici con il PH tra l’acido e il basico, microcamere di decompressione tra l’arte varia e il delirio avariato, proiettili traccianti dall’acido propellente jazzcore su fondali black, raffiche rock incapsulate da giacchette matematiche e sospensioni amniotiche piene di tremore residuo.
Incredibile pensare che tanto febbricitante bendiddio sia stato confezionato da solo tre baldi milanesi anagraficamente noti come Franz Scardamaglia (batteria dinoccolata), Chet Martino (basso prensile) e Nicola Ratti (chitarra spasmodica), con il piccolo letale aiuto di Jacopo Andreini – folleggiante, instancabile, misconosciuto mister prezzemolo della scena italica – a condire l’insalata con scellerate incursioni di sax.
Nulla si sa riguardo a chi talora manipoli macchine, digiti tastiere e distribuisca fragori campionati, elementi che però fanno sporadico capolino insidiosi e vividi, contribuendo a definire un tappeto torrido e sincopato, venato da insidiose striature rossosangue che pure rapiscono un senso di sollievo, consolano le convulsioni, aspergono le ferite di balsami stranianti come lacrime di bambino, cosicché aggrapparsi alle dissonanze di corde e qualche morbido sfarfallio di piatti (come capitava in certi respiri più meditativi dei June Of ’44) diventa un moto naturale del cuore.
Pulsante la struttura, ossuta ma ricca, pervasa di cromatismi su nerolucido elucubrare, gelida e d’un tratto rovente, facinorosa come nel breve flash cantato di Istamina, epica purché (perché) dissacrante, originale benché (because) frullato di archetipi-midolli spinali (Minutemen, Shellac, Zorn, Faust, Primus) e minutaglie atmosferiche (certe derive infraritmiche accattivanti come da sovraesposizione nu jazz à la Llorca) in brodaglia classic rock (volgendo certa psichedelia rognosa in sguardo oblungo, roba da scomodare la polvere riposta nei circuiti valvolari di tanto tempo fa).
Un programma insomma fatto di sputi in faccia a tutto ciò che si compiace d’acquisito, gragnola di carezze e graffi mentre l’auto in corsa sfila in un panorama ostile a cui anche il più raro luccicare di beltà va estorto con le unghie affilate. Un misto di incanto e orrore, di fascino e beffa, di groppo in gola e scazzo sincero. Così leggero e intenso che ti contagia e non ti accorgi, ti ferisce e non fai neppure in tempo a sanguinare, ti coglie sul fatto e lo capisci ineludibile. Grandi, Pin Pin Sugar. (7.5/10)

POST-IT ROCK
Fabio Battistetti
Duelli jazzistici applicati al rock ? questa è la domanda che può sintetizzare il primo album dei Pin Pin Sugar, trio math-jazzcore milanese; sintetizzano in 36 minuti (e tracce corrispondenti a 9 canzoni) tutto quello che si può provare con questo genere. l'impostazione dei brani è prevalentemente “rock” ritmata da duelli continui tra gli strumenti a corda ed il sax (suonato dall'ospite Jacopo Andreini). i brani scivolano via veloci e non si perdono quasi mai in parti più sperimentali, viaggiano su una linea consecutiva, quasi del tutta strumentale, eccetto tre episodi in cui compare la voce, ed è proprio in questi punti che viene fuori il ricordo di band come i brutopop (del primissimo periodo). il disco è prodotto da loro stessi (Megaplomb) e da Bar La Muerte, segna una nuova fase per il genere, visto il movimento di altri gruppi verso questa direzione (Demodè, Beberebozo, Vegetables ed ovviamente i più noti Zu).

Da-Baser
Nadir
L’etichetta “Bar la Muerte” sta facendo davvero un grande lavoro per proporre cose nuove al proprio pubblico. Non so per quanto tempo i “senatori” della scena alternativa di casa nostra riusciranno a rimanere aggrappati alle loro poltrone ma certamente i Pin Pin Sugar un qualche spazio lo meritano. Il loro stile è un jazz corroso da distorsoni e sperimentalismi, frutto di un grande lavoro di ricerca sonora, compositiva e tecnica. Certamente non è un progetto consueto quello del trio milanese e lo si evince dall’attitudine intellettuale dell’album (36 pezzi, 36 minuti), in un lussuoso cartonato color prugna, dove veramente si incontrano rimandi a qualsisi cosa da John Zorn ai Sonic Youth, da Caetano Veloso ai Metallica senza farsi alcuno scrupolo. Il gruppo più prossimo a loro credo siano i Primus, quantomeno per il basso in evidenza che dà il ritmo all’intero album. In generale è la sezione ritmica che la fa da padrone dimostrando grande coesione all’interno della band, anche se ho trovato più efficaci gli episodi in cui il sax, la tromba o la chitarra si ritagliano un proprio spazio. Non so quali siano i trascorsi accademici dei musicisti ma certramente il livello di preparazione tecnica non è roba da tutti i giorni. Si tratta comunque di un disco non facile. Banalizzando si potrebbe dire che incrocia il jazz con l’hardcore. Se siete dei puristi dell’uno o dell’altro genere lasciate perdere. Per conto mio ho deciso. Gli album dei Quintorigo li regalo a mia cugina tanto adesso ho i Pin Pin Sugar.

Enterozine
Qgino8
Freejazz, improvvisazione, attitudine punk, decostruzionismo, microstrutture, lsd, cultura musicale, tecnica, tensione; bene se siete amanti di tutto questo non potete non avere questo cd! se invece non siete interessati al genere ma vi piacciono i buoni concerti, organizzategliene uno dalle vostre parti se potete perchè dal vivo sono veramente impressionanti e divertenti oltre ad essere dei simpaticoni; una delle poche occasioni di poter gustare del virtuosismo che non sia fine a se stesso. Artwork veramente bello e packaging di gran lusso!! un altro strike per BAR LA MUERTE. ATTENZIONE se ne sconsiglia vivamente l'ascolto sotto effetto di stupefacenti, anzi se ne consiglia l'ascolto sotto l'effetto di stupefacenti

Stillborn
Giampiero Chionna
Una delle ultime creazioni in casa Bar La Muerte, i Pin Pin Sugar hanno accompagnato i maestri dell'odio Flying Luttenbachers nel loro tour italiano. Loro al contrario sono degli homeboys che suonano robusto math rock che alterna tecnicissimi giri geometrici a momenti decomposti e spezzettati ma tenuti insieme da un filo invisibile, suonando cos? lucidamente epilettici. Ne viene fuori, quindi, un mix tra i soliti Don Caballero o meglio gli Zu (nella fase math-hardcore) e i Colossamite (nella fase "folle") con un basso robusto e metallico, chitarre taglienti e qui e li la tromba di Jacopo Andreini come guest. Forse non brilleranno particolarmente per innovazione , ma i P.P.S. sono assolutamente piacevoli ed interessanti.

UNICA TV
"Latex Duellos", dei pin pin sugar, e' la nuova proposta editoriale della mitica "Bar la muerte", un'etichetta indie per eccellenza.
Tra post-rock, noise e sfuriate jazzate, elettronica cigolante e distorsioni, il cd e' il debutto di una band che ha davvero un mucchio di cose da dire. Dal frustrante incipit da "disco rotto" di Schnauzkrampf, che poi esplode impennando, al delirio ritmico di elisir, il cd e' buonissimo e merita tutta la fortuna possibile.

GENOVAGANDO
Loris Gualdi
Ancora una volta la Megaplomb Records e Bar La Muerte cercano di sorprendere, producendo il bizzarro mondo asincrono dei Pin Pin Sugar. Una sonante avventura che trova la luce senza doversi piegare a scomodi compromessi commerciali; un viaggio a stile libero tra free-jazz, rumorismo ed elettronica.
Voto 6/7
Un disco che salta, una scala di suoni che si trasforma in una miscellanea sonica, un suono arabeggiante, un infinita ricerca di appropriate armonie, corde violentate che in un crescendo teatrale non trovano risoluzione. Inizia così il debut album dei Pin Pin Sugar, in modo frammentato e disorientante tramite il quale si può immediatamente comprendere come la band ricerchi una realtà fittizia, tanto inconsueta quanto coraggiosa: 36 tracks per 36 minuti, neppure i Napalm Death di From enslavement to obliteration avevano osato tanto. Latex duellos, nonostante i suoi ritmi dispari, ha in se una struttura ben precisa che vive e si sviluppa intorno ai 9 leit motiv che fungono da riferimento e offrono in maniera inusuale una suddivisione interna. Ad esempio l’introduttiva Schnauzkrampf è elaborata in sei distinte parti, che risultano piuttosto difficili da percepire come separate. Il brano iniziale è senza dubbio un ottimo esempio di tecnica e fantasia musicale, in cui l’impronta degli OvO sembra emergere senza troppi dubbi di sorta; di buona fattura appare anche Istamina, in cui le memorie balcaniche introducono la voce di Nicola Ratti e i fiati di Jacopo Andreini, che con le sue esperte incursioni coadiuva la band nel suo difficile debutto. Il gruppo di tracks #10 #11#12#13 e #14 delineano un meltin pot acustico in cui si possono trovare jazz core, funky e metal, riuscendo così a elevare Istamina, rendendola il miglior brano dell’album. Inoltre se in Bei , unico brano composto in un’unica traccia, il suono tagliente e metallico della chitarra di Nicola si mescola con il metodico e inquietante suono della batteria di Franz Scandamaglia, in Fishpool la voce criptica e non-sense di Ratti è supportata dal bravo Chet Martino, bassista di qualità, che in più di una occasione si rende vero protagonista. La realtà che sembra trapelare dalle sonorità del gruppo si avvicina molto a quel mondo futurista che Bradbury descrive nei suoi libri, quel domani incerto e confuso che viene saggiamente descritto visivamente con il workart di copertina in cui due cyborg, figli della nostra era, duellano a singolar tenzone. L’album d’esordio si conclude con Elisir più armonica nella sua prima parte ed imprevedibile sul finale in cui il trio math-jazzcore propone quasi due tracce vuote, funzionali al gran finale rumorista che inevitabilemente porta alla mente gli Einsturzenden Neubauten. Se Lattex Duellos vi apparirà come un disco disordinato, inconcludente e difficile…..beh allora potrete tornare ai vostri Las ketchup, Aguilera e Oasis, sapendo però di aver perso qualcosa di qualitativamente diverso.

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